Roma 23 ottobre 2017
11 ottobre 2017

Rifiuti tossici spediti in Asia e rivenduti come padelle: sette arresti

Comunicato stampa - editor: M.C.G.
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Rifiuti tossici spediti in Asia e rivenduti come padelle: sette arresti
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Tonnellate di rifiuti tossici spediti via mare dall’Italia fino in Asia per un giro d’affari da 46 milioni all’anno; materiali - come motori di treni o compressori di frigoriferi - che dovevano essere trattati secondo stringenti normative ambientali ma che invece venivano semplicemente «macinati» e, una volta giunti a destinazione, riciclati rivenduti sotto forma di padelle e sportelli per auto.

È stata la Guardia costiera a scoprire il traffico illecito con un’indagine, coordinata dalla Dda di Roma, sfociata in sette arresti tra titolari, amministrativi e tecnici di due aziende specializzate nel trattamento di rifiuti: sequestrati, oltre a una decina di milioni, due stabilimenti in Umbria e nel Lazio. Le accuse ipotizzate nei confronti degli indagati vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al traffico e alla gestione illecita di rifiuti all’autoriciclaggio e al falso.

I rifiuti partivano dai porti di Civitavecchia, Livorno, La Spezia, Genova e Ravenna per raggiungere la Cina, la Corea, il Pakistan e l’Indonesia. L’inchiesta è partita all’inizio del 2016, quando da un controllo di routine dei trasporti via mare gli investigatori si sono imbattuti in due società - la Tmr di Castiglione in Teverina (Viterbo) e la Alluminio Frantumati di Orvieto - che effettuavano movimentazioni sospette. Se infatti i porti di destinazione erano sempre gli stessi, quelli di partenza variavano: ascoltando le telefonate, la Guardia costiera ha scoperto che si trattava di una scelta fatta per sviare le indagini.

Il trucco ideato dall’organizzazione era allo stesso tempo semplice e pericoloso: mediante vari giri di false attestazioni e certificati,le aziende acquistavano rifiuti industriali contaminati - soprattutto da Pcb, i policlorobifenili considerati tossici come la diossina - ne simulavano la bonifica e li rivendevano tal quale come materiale recuperato e «pronto forno» per un nuovo ciclo produttivo. In realtà i rifiuti, in Italia, subivano soltanto una mera macinatura e, inquinatissimi, venivano spediti via mare all’estero senza nessuno scrupolo per la salute degli operatori che entravano in contatto con Pcb, solventi e idrocarburi ben oltre i limiti consentiti dalla legge. mediante vari giri di false attestazioni e certificati, le aziende compravano i rifiuti industriali complessi e contaminati - anche da Pbc, vale a dire dai policlorobifenili, sostanze tossiche equiparate alla diossina - e, dopo aver simulato le procedure di bonifica ambientale previste dalle normative italiane e internazionali, li rivendevano tali e quali spacciandoli come materiale recuperato e «pronto forno» per un nuovo ciclo produttivo. In sostanza, le aziende si limitavano a `macinare´ i rifiuti, per poi spedirli dall’altra parte del mondo senza minimamente preoccuparsi della salute di chi sarebbe entrato in contatto con quei materiali.

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