Roma 20 marzo 2019

programma aprile Cinema Trevi

Comunicato stampa - editor: M.C.G. | Data di pubblicazione 1 aprile 2010
CONDIVIDI
MUNICIPI E QUARTIERI
DOVE

1 aprile Proiezioni speciali
2 aprile (In)visibile italiano: Amori fragili e solitari
3 aprile In ricordo di Elli Parvo
6 aprile Renzo Badolisani, un regista fuori dal coro
7-14 aprile Jean-Luc Godard: compositore di cinema
10-14 aprile Indipendente italiano: I videofilm di Michelangelo Buffa
15-18 aprile Primavera del cinema francese 2010: Hippolyte Girardot
20-21 aprile Sordi politico
22-30 aprile Cinicamente vostro... Dino Risi
23 aprile Personale video dedicata a Rem & Cap e a Robert Wilson
24 aprile Figure del femminile tra Cinema e Psicoanalisi
27 aprile Proiezione speciale di Vittime di Giovanna Gagliardo
28 aprile Indipendente italiano. La volontà oltre la rappresentazione. Il cinema di Ettore Ferettini
29 aprile Così lontano, così vicino. 110 anni di cinema in Sardegna
30 aprile Indipendente italiano: Il cinema sospeso di Gianluca Colitta

giovedì 1
Proiezioni speciali

ore 17.15
Le gladiatrici (1963)
Regia: Antonio Leonviola; soggetto e sceneggiatura: A. Leonviola, Sofia Scandurra; fotografia: Guglielmo Mancori; scenografia: Oscar D’Amico; musica: Roberto Nicolosi; montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Joe Robinson, Susy Andersen, Maria Fiore, Harry Baird, Carla Foscari, Alberto Cevenini; origine: Italia; produzione: Italia Produzione Film, Coronet Produzioni; durata: 91’
«La principessa Tamar (Andersen) viene fatta prigioniera e costretta a battersi come gladiatrice nel regno di Niala, retto dalla crudele Regina Nera (Hendy): Taur (Anderson) corre a salvarla insieme allo schiavo Abaratutu (Baird). Girato contemporaneamente a Taur, re della forza bruta, un peplum che rivisita il mito delle Amazzoni, e in cui il forzuto di turno ha un ruolo marginale. Leonviola [...] ricicla materiale da altre produzioni Galatea e sfoggia una certa vena sadica nelle sequenze di lotta tra le gladiatrici» (Mereghetti).

ore 19.00
Ballerina e buon Dio (1958)
Regia: Antonio Leonviola; soggetto e sceneggiatura: A. Leonviola; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Luigi Scaccianoce; costumi: Maria Pia Arcangeli; musica: Piero Morgan [Piccioni]; montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Vera Cecova, Marietto Angeletti, Vittorio De Sica, Gabriele Ferzetti, Roberto Risso, Mario Carotenuto; origine: Italia; produzione: Ebe Cinematografica - Società per l’Esercizio dell’Industria e del Commercio Cinematografico; durata: 98’
«Convinto da un sogno che spetti ai bambini scegliersi la mamma che preferiscono, l’orfano Marietto (Angeletti) fugge dalla famiglia che vorrebbe adottarlo per cercare la ballerina Camilla (Cécova) che ha visto su un giornale e che ha eletto a sua futura mamma: la giovane artista farà fatica ad accettare la presenza ingombrante del bambino ma alla fine tutto si accomoderà. Insolita commedia favolistica che Leonviola [...] dirige alternando momenti fantastici (il sogno “solarizzato” all’inizio o la presenza di De Sica come “buon Dio” in quattro ruoli diversi: guardia, vigile, portaceste e tassista) ad altri più decisamente melodrammatici: il mondo infantile non è enfatizzato né edulcorato ma anche quello degli adulti è raccontato con feroce ironia (la famiglia del fornaio Carotenuto) o fredda antipatia (il maestro di musica interpretato da Ferzetti, la madre superiora di Pina Renzi). Un cartello alla fine sostiene che la vicenda è tratta da un fatto di cronaca. Il proprietario della giostra è interpretato da Mister O.K., alias Spartaco Bandini, popolare perché ogni primo dell’anno si tuffava nel Tevere dal ponte Cavour» (Mereghetti). «Il Messaggero» così commentò all’epoca: «L’America a Walt Disney. L’Italia a Leonviola, sostituendo i cartoni animati con attori veri».

ore 21.00
Perceval (1978)
Regia: Eric Rohmer; soggetto: Perceval ou le roman du Graal di Chrétien de Troyes; sceneggiatura: E. Rohmer; fotografia: Nestor Almendros; scenografia: Jean-Pierre Kohut-Svelko; costumi: Jacques Schmidt; musica: Guy Robert; montaggio: Cécile Decugis; interpreti: Fabrice Luchini, André Dussolier, Pacale de Boysson, Clémentine Amouroux, Jacques Le Carpentier, Antoine Baud; origine: Francia; produzione: Les Films du Losange, FR3, ARD, SSR, Rai, Gaumont; durata: 140’
«I personaggi di Chrétien de Troyes sono i protoeroi del romanzo moderno. Credo che dopo quest’opera del XII secolo non sia stato più inventato nulla che abbia profondamente sconvolto il genere letterario. Prendiamo un romanzo di Stendhal o di Dashiell Hammett: gli eroi e il modo di raccontare non sono cambiati affatto. Come Perceval questi eroi seguono un tortuoso itinerario morale, sono tormentati, dubbiosi, scossi nella loro fede che mettono in discussione per poi riconquistarla dopo profondi conflitti interiori, contrariamente agli eroi dell’antichità che – presa una posizione morale – la mantenevano fino in fondo, a qualsiasi costo. Perceval è la dimostrazione che l’eroe moderno si modella su quello del passato» (Rohmer). «Intensamente convinto della bellezza e della musicalità dei versi di Chrétien, Rohmer vuole sollecitare lo spettatore a lasciarsi a catturare – al di là dei significati – dalla loro armonia, dall’incanto sonoro, dal fascino del loro ritmo arcaico» (Giulio Fedeli).

venerdì 2
(In)visibile italiano: Amori fragili e solitari

Tre film scelti per assonanza in quel vortice cinematografico che sono stati gli anni Settanta, dai quali si possono pescare film sospesi fra visibilità (all’epoca) e invisibilità (attuale).
Film mai più visti, che rimangono dei titoli nei dizionari, e invece hanno ancora una loro vitalità, pronta a riesplodere sullo schermo. Con la prepotenza dell’amore, declinato in modi diversi, rigorosamente lontano da Roma, in località meno battute dal cinema italiano, la Sicilia di Dacia Maraini e Leros Pittoni e la Parma di Mino Giarda. Amori, quindi, di confine, marginali e purtroppo solitari, per il destino che accomuna le carriere dei tre registi, qui alla loro prima e unica prova. Ma significativi per la presenza dietro la macchina da presa di celebri scrittori come Maraini e Pittoni e di uno sceneggiatore come Giarda, per molti film collaboratore di Carlo Lizzani. E la presenza di un altro grande scrittore, Giuseppe Berto, sceneggiatore di Per amore.
La parola amore, che ricorre nei tre titoli, nasconde quindi imprevedibili affinità, che rinviano a un’epoca in cui il cinema italiano era scritto da mani ispirate.

ore 17.00
L’amore coniugale (1970)
Regia: Dacia Maraini; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: D. Maraini; fotografia: Giulio Albonico; musica: Benedetto Ghiglia; montaggio: Cleofe Conversi; interpreti: Tomas Milian, Macha Meril, Lidia Biondi, Luigi Maria Burruano, Lorenzo Cannatella, Enzo Fontana; origine: Italia; produzione: I Film dell’Orso; durata: 96’
«La versatile Dacia Maraini (narratrice, poetessa, commediografa, giornalista, sceneggiatrice, capocomica e chissà cos’altro ancora) non poteva mancare l’occasione di un esordio nella regia cinematografica oggi che girare un film è diventato facile come camminare. Ma la sorpresa principale di L’amore coniugale, che fonde un romanzo breve di Moravia del ’59 ai ricordi di un’infanzia vissuta dalla neoregista in una villa di Bagheria, è il suo carattere professionistico, senza civetterie sperimentali o compiacimenti underground. Sempre rapida nell’assimilare nuove tecniche, impegnata sul doppio fronte della letteratura e della memoria, Dacia immerge il tema (un romanziere che scrivendo un libro sulla sua vita coniugale ne constata il fallimento) in un panorama siciliano aspro e vivace. E nonostante certe pesantezze e taluni languori, il film c’è e si vede senza rimpianti.
Merito anche degli interpreti: pur non riuscendo convincente davanti alla macchina per scrivere (ma quale attore ci è mai riuscito?) Tomas Milian conferma la buona vena che gli è stata riconosciuta in I cannibali della Cavani; quanto a Macha Meril, felicemente italianizzata, dà la replica al compagno con moraviana ambiguità» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.00
Per amore (1976)
Regia: Mino Giarda; soggetto: M. Giarda; sceneggiatura: Giuseppe Berto, M. Giarda; fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Franco Fumagalli; costumi: Mariella D’Ambrosio; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Michael Craig, Janet Agren, Capucine, Tino Carraro, Lilla Brignone, Ferruccio De Ceresa; origine: Italia; produzione: Camargue Cinematografica; durata: 99’
Un pianista celebrato in tutto il mondo ignora che la moglie sia gravemente malata. Tornato nella natìa Parma, dal padre e la sorella, per passare un breve periodo di vacanza prima di un concerto, conosce la giovane figlia di un suo amico di infanzia e intreccia una relazione, che lo dividerà per sempre dalla moglie. Mino Giarda, aiuto regista e sceneggiatore di lungo corso, pur avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Berto, artefice del successo di Anonimo veneziano, evita ogni patetismo e risparmia gli spettatori le lacrime, puntando invece sulla costruzione di un personaggio rinchiuso nella gabbia dorata della musica e del successo. Straordinarie riprese nel Teatro Regio di Parma e alla Fenice di Venezia per un film itinerante (inizia a New York e si snoda fra Milano, Parma e la Francia) «pulito ed elegante, musicale e mondano, romantico e sentimentale». Imprescindibile per gli amanti di Chopin.

ore 21.00
Un amore così fragile così violento (1973)
Regia: Leros Pittoni; soggetto: dal romanzo omonimo di L. Pittoni; sceneggiatura: L. Pittoni, Carlo Santolini; fotografia: Roberto Gerardi; costumi: Osanna Guardini; musica: Daniele Patucchi; montaggio: Maurizio Lozzi; interpreti: Fabio Testi, Paola Pitagora, Maria Baxa, Daniele Dublino, Gino Santercole, Franco Ressel; origine: Italia; produzione: Roas Produzioni; durata: 97’
«Visto che il romanzo è in crisi e il cinema gode di buona salute, gli scrittori sempre più volentieri si danno alla regia. E appunto il caso di Leros Pittoni, autore di Tante sbarre, da cui Damiano Damiani trasse L’istruttoria è chiusa: dimentichi; stavolta è lo scrittore stesso a portate sullo schermo il proprio romanzo Un amore cosi fragile, cosi violento (Mursia editore), candidato al Premio Strega. Siamo sull’isola di Lipari, dove ha trovato rifugio un architetto deciso a respingere, per fede anarchica, i coinvolgimenti consumistici della sua professione. Ma vivere da pittore senza padroni non è facile neppure alle Eolie: il protagonista suscita antipatie e risentimenti, finisce in mezzo a una faida rusticana che non lo riguarda, viene perfino arrestato come sospetto di omicidio; e quando per fame accetta di fare il Cristo nella processione del paese, rischia di venir crocifisso davvero. Quest’ultima prova lo rende comunque accetto alla scontrosa comunità, che prende a rispettarlo: il capoccia non gli nega più un posto nella cava di pomice, schiudendogli quella vita semplice e operosa alla quale l’eroe aspirava. Va detto subito che come autore cinematografico Leros Pittoni deve ancora fare le sue carovane: nell’ambito di un realismo naturalistico che riecheggia perfino Curzio Malaparte (Cristo proibito), il neo-regista si rivela prigioniero di una dimensione paesaggistica e melodrammatica» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18

sabato 3
In ricordo di Elli Parvo

Bella, bruna, formosa e soprattutto con uno sguardo che ammalia, Elli Parvo ha rappresentato “la femmina maledetta” nel cinema italiano. Nata a Milano da padre di Udine e madre tedesca il 17 ottobre 1915, si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia appena terminati gli studi liceali.
Viene utilizzata dal cinema in un primo momento affiancando i grandi comici come i fratelli De Filippo, Antonio Gandusio e Angelo Musco, col nome di Elli Pardo. Ma il vero successo lo raggiunge con drammi passionali come Desiderio (1943-’46) di Marcello Pagliero, nel quale interpreta una peccatrice che cerca la redenzione.
Sempre nel 1946 interpreta un altro ruolo negativo nel suo più grande successo cinematografico, Il sole sorge ancora di Aldo Vergano. Ma l’immagine della donna maledetta le rimarrà attaccata come un’etichetta indelebile per il resto della carriera, con il pubblico che voleva vederla in unico modo: sempre più procace e soprattutto sempre più scollata. Eppure Elli Parvo, come scrive Enrico Lancia, ha rappresentato «una presenza inusuale nel cinema degli anni Trenta, la femmina bene in carne distruggifamiglie e mangiauomini, la tipica donna fatale e perversa, ottima per atmosfere torbide in drammoni passionali, un titolo che solo la Clara Calamai degli anni Quaranta riesce a mettere un po’ in ombra» . Con il passare degli anni l’attrice dovrà rinunciare ai ruoli di protagonista, accontentandosi di parti da comprimaria. Unico ruolo di rilievo da ricordare è nel divertente Totò terzo uomo (1951) di Mario Mattòli. Elli Parvo si è spenta il 19 febbraio di quest’anno all’età di 94 anni. Il cinema, però, lo aveva abbandonato parecchio tempo fa: nel 1960, con il suo ultimo film Madri pericolose (1960) di Domenico Paolella.

ore 17.15
Il sole sorge ancora (1946)
Regia: Aldo Vergano; soggetto: Giuseppe Gorgerino; sceneggiatura: Guido Aristarco, Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, A. Vergano; fotografia: Aldo Tonti; scenografia: Fausto Galli; costumi: Anna Gobbi; musica: Giuseppe Rosati; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Elli Parvo, Lea Padovani, Vittorio Duse, Cristina Almirante, Checco Rissone, Carlo Lizzani; origine: Italia; produzione: A.N.P.I.; durata: 90’
«Dopo l’8 settembre 1943, un militare (Duse) abbandona le armi e torna al suo paese lombardo, occupato dai tedeschi. S’infatua della padrone del forno (Parvo) e sembra propenso a fare la bella vita, ma una giovane operaia antifascista (Padovani) e i compaesani impegnati nella Resistenza lo inducono a scegliere la lotta partigiana. Commissionato dall’Anpi, è uno dei capisaldi del neorealismo e l’unico film di chiara ispirazione marxista prodotto in Italia sulla guerra di Liberazione» (Mereghetti). «Sarà […] con stupore che il nostro pubblico verrà a trovarsi di fronte a personaggi inconsueti, nuovi per il cinema italiano, a personaggi non già idealizzati e recanti le stimmate degli eroi ad ogni costo, ma posti, questa volta, sul gradino naturale di un´esistenza quotidiana ricca di contraddizioni, uomini e donne, insomma, con i loro vizi e le loro virtù. Gli stessi attori scelti per interpretare questi ruoli sono stati costretti a spogliarsi della loro abituale quanto convenzionale maschera. Massimo Serato, nelle vesti di un giovane ufficiale tedesco, Elli Parvo in quelle di una donna sensuale e corrotta, e tutti gli altri, da Lea Padovani, a Vittorio Duse, a Checco Rissone, hanno accettato di buon grado l´interessante trasformazione che pure li costringeva a non lievi sacrifici di vanità» (Giuseppe De Santis).

ore 19.00
Desiderio (1943-1946)
Regia: Marcello Pagliero, Roberto Rossellini; soggetto: Anna Benvenuti; sceneggiatura: Guglielmo Santangelo, Rosario Leone, Giuseppe De Santis, Diego Calcagno, M. Pagliero, R. Rossellini; fotografia: Rodolfo Lombardi, Ugo Lombardi; scenografia: Virgilio Marchi; musica: Renzo Rossellini; montaggio: M. Pagliero; interpreti: Elli Parvo, Massimo Girotti, Roswita Schmidt, Carlo Ninchi, Francesco Grandjacquet, Lia Corelli; origine: Italia; produzione: Sovrania Film, S.A.F.I.R.; durata: 85’
«Iniziato da Rossellini nel luglio 1943 con il titolo Scalo merci, cambiando subito dopo l’attrice: prima era prevista Oretta Fiume e poi rimpiazzata da Elli Parvo. La lavorazione fu interrotta a causa dei fatti sopraggiunti l’8 settembre. La pellicola venne recuperata qualche anno dopo da Marcello Pagliero che utilizzò il pochissimo materiale girato (all’incirca quindici minuti di proiezione in tutto) e portò a termine la lavorazione, annunciando un nuovo titolo Rinuncia. La scenografia, sotto la direzione di Rossellini, era di Virgilio Marchi, ma poi si cambiò ogni cosa, i ferrovieri vennero sostituiti dai boscaioli con sfondo l’alta montagna e quindi cambiò anche la scenografia, che divenne così “naturale”» (Chiti-Lancia). Elli Parvo diventa così la protagonista del film: è una prostituta decisa a rifarsi una vita, ma è schiacciata dal peso del passato che ritorna impietoso. «Un film coraggioso e onesto, che purtroppo venne sequestrato e rimesso in circolazione con tagli assurdi, che lo snaturarono completamente» (Mereghetti).
Vietato ai minori di anni 16

ore 20.45
Totò terzo uomo (1951)
Regia: Mario Mattoli; soggetto: Mario Pelosi; sceneggiatura: Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Age [Agenore Incrocci] & [Furio] Scarpelli], M. Pelosi; fotografia: Tonino Delli Colli; scenografia: Alberto Boccianti; musica: Armando Fragna; montaggio: Giuliana Attenni; interpreti: Totò, Carlo Campanini, Franca Marzi, Elli Parvo, Fulvia Mammi, Aroldo Tieri; origine: Italia; produzione: Carlo Ponti e Dino De Laurentiis; durata: 100’
«I due gemelli Frittelli (Totò) si differenziano per il carattere: Pietro, il sindaco del paese, è austero ed egoista, Paolo è superficiale e allegro. Ma il sarto Anacleto (Tieri) scopre un terzo gemello, Totò, che usa per preparare una truffa ai danni dei primi due, in lite per un terreno su cui si dovrebbe costruire il carcere. Commedia degli equivoci […], con Totò che passa abilmente da un ruolo all’altro cambiando carattere ed espressione aiutato solo da un neo sulla guancia. Irresistibile nei panni del farfallone donnaiolo» (Mereghetti). Elli Parvo interpreta la moglie di Paolo.

domenica 4
chiuso

lunedì 5
chiuso

martedì 6
Renzo Badolisani, un regista fuori dal coro

«Il cinema è dentro di me, non una scelta di mestiere ma una vocazione; non è “il mio lavoro”, è la mia vita, e non voglio fare una vita che non mi piace, che vada contro il destino. È una professione, un’esperienza, attraverso la riflessione, l’analisi, la contemplazione della vita e dell’animo umano e la realizzazione di opere che aiutino gli uomini ad essere felici». Sono parole di Renzo Badolisani, un cineasta molto particolare. Nato a Gioiosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria, a 14 anni si trasferisce con la famiglia a Torino. Mentre frequenta il liceo artistico, disegna le vignette per «Tuttosport», per poi collaborare con altre testate e con la televisione come giornalista e conduttore, occupandosi prevalentemente di cultura e spettacolo. Diventa ben presto animatore della scena culturale e artistica torinese, organizzando diverse rassegne di video e di cinema nell’ottica di contaminazioni multimediali. Negli anni Ottanta gira videoclip e realizza interessanti inchieste e programmi televisivi per la Rai.
Nel cinema esordisce con due esperienze indipendenti: La danza del quotidiano (1978) e Barboni a 20 anni (1981). Quest’ultimo, firmato con lo pseudonimo Inze Mastace, stupisce molto la critica. Per Tatti Sanguineti «Barboni a 20 anni ha una sincerità squallida che tocca e che piace, ed ha una sincerità tipicamente torinese». L’esordio al lungometraggio avviene nel 1985 con I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino che, oltre a rappresentare l’Italia in concorso al Festival di San Sebastian, è un curiosissimo esempio di commistione tra cinema, videoclip (la new wave degli anni Otttanta), parodia grottesca della gioventù ribelle, senza un attimo di quiete, in una Torino forse mai vista prima. Come tutte le opere “contro”, una certa critica esulta, un’altra storce il naso. Sulle pagine de «La Repubblica», Anna Maria Mori scrive: «È coinvolgente, questo giovane Badolisani: perché ha il coraggio di essere triste e ingenuo. [...] Ho visto in lui, una grande capacità di ironia e di autoironia». Per Stefano Reggiani de «La Stampa»: «Il caso di Renzo Badolisani è curioso, a suo modo esemplare, quasi americano». «Renzo Badolisani è sicuramente uno dei nomi chiave del cosiddetto nuovo cinema», scrive Steve Della Casa, «autore non accademico ma capace come nessun altro di descrivere un certo modo di vivere». «Il Secolo XIX» non ha dubbi: «Badolisani [...] è un “enfant prodige”».
Il suo secondo lungometraggio è del 1991, Cinecittà... Cinecittà, nato da un’idea di Ettore Scola e Furio Scarpelli, con attori del calibro di Amanda Sandrelli, Corso Salani e Massimo Wertmüller. Parallelamente lavora in televisione, realizzando nel 1995 una miniserie di quattro episodi Isola Margherita con Debora Caprioglio e Alberto Gimignani. Nel novembre del 2000 è uno dei registi che varano Centovetrine. Il suo testo Tramonti viene rappresentato al Teatro Quirino di Roma nell’autunno del 1998, per la regia di Ennio Coltorti. Nel 2002 esce Tornare indietro che vince il premio Globo d’Oro. «È un film di fantasia», dichiara il regista in un’intervista di Franco Montini, «che nasce da una sorta di autobiografismo al contrario. Ho immaginato, infatti, cosa sarebbe potuto accadere ad un ragazzo di Torino emigrato in Calabria a cavallo fra gli anni ’60 e ’70».
Un filo rosso collega tutte le opere di Badolisani ed è quella di fare cinema a tutti i costi, per rimanere vivi. «Ho il coraggio di fare nel cinema quello che non ho il coraggio di fare nella vita», dichiara Badolisani. Scrive a tal proposito Giovanni Scarfò: «I proletari urbani de I ragazzi di Torino..., le comparse di Cinecittà..., nella gioiosa-disperata-disincantata ricerca di un “tempo per vivere” e un “tempo per morire”, si ritrovano nel tempo perduto della loro infanzia, vivi, perché vivono nel cinema e il giusto pensare alla realtà li deprime (“sai, in fin dei conti non mi dispiace di aver perso quell’ingaggio. Poi cosa avrei fatto? mi sarei sposato, mi sarei comprato la macchina, il sabato a mangiare una pizza...”). “No, non ci siamo”, dice Badolisani, perché “io non faccio cinema per vivere, ma per morire, morire per poi rinascere”».

ore 17.00
Tornare indietro (2002)
Regia: Renzo Badolisani; soggetto e sceneggiatura: R. Badolisani, Mimmo Rafele; fotografia: Sebastiano Celeste; scenografia: Guido Josia; costumi: Enrica Barbaro; musica: Paolo Vivaldi; montaggio: R. Badolisani; interpreti: Massimo Wertmüller, Gianfranco Jannuzzo, G. Cataldo, Giorgio Faletti, Francesco Venditti, Danila Stalteri; origine: Italia; produzione: Horus Cinematografica; durata: 106’
Un pittore torinese, Stefano Faenza, arriva a Reggio Calabria in occasione di una personale organizzata in suo onore nella Locride. Dietro questa iniziativa c’è un suo compagno di scuola, Gino Jacona, oggi assessore alla cultura; durante il viaggio, sulla statale 106, che lo porta dall’aeroporto al paese, Stefano ricorda il periodo passato in questa regione nei primi anni Settanta. «Tornare indietro è un film sull’amicizia, quella con la “A” maiuscola. Un film di sentimenti, di cui tutti noi abbiamo bisogno. Due ragazzi molto diversi per estrazione e cultura diventano amici, e questo è qualcosa di bello. È come un teorema che viene dimostrato: è possibile essere amici, malgrado le differenze e le asperità della vita. [...] Quando giravo questo film [...] pensavo soprattutto a mia figlia e a tutti i ragazzi giovani come lei, affinché possano, attraverso il film, vedere come vivevano e sentivano quelli che sono venuti prima, la generazione di suo padre e dei suoi nonni. Il cinema come arma di memoria, l’unica possibile – come dice Corrado Alvaro – per chi come noi pratica la strada dell’arte»
(Badolisani).

a seguire
Koras Plaka - Impressioni su Placanica (2006)
Regia: Renzo Badolisani; soggetto e sceneggiatura: R. Badolisani; fotografia: Matteo Angiò, Celestino Gagliardi; musica: Marasà Quarta Aumentata; montaggio: R. Badolisani; interpreti: Grazia Sotira, R. Badolisani, Antonio Bombardieri, Bruno Clemeno, Francesca Clemeno; origine: Italia; durata: 23’
«Ho visitato per la prima volta Placanica in occasione dei sopralluoghi del mio film Tornare indietro. Era il Venerdì Santo verso l’ora del vespro. Rimasi colpito vivamente. Ho conosciuto poi il sindaco e altre persone della giunta comunale, con le quali sono rimasto in contatto, con l’intenzione di fare qualcosa insieme.
Si è presentata una piccola occasione per cominciare, collegata ad un’iniziativa musicale estiva. Sul tema della musica e della danza, abbiamo provato ad imbastire un piccolo ritratto del paese e della sua gente» (Badolisani).

ore 19.15
Cinecittà... Cinecittà (1991)
Regia: Renzo Badolisani; soggetto e sceneggiatura: Giovanna Caico, Maria Luigia Cafiero, Marco Lecconi, Costanza De Palma, Barbara Maccari, Maurizio Mandel, Francesca Panzanella, Leonardo Spina, Stefano Tummolini e Paola Lasi; fotografia: Massimiliano Sano; costumi: Delia De Angelis; montaggio: Carla Simoncelli; interpreti: Amanda Sandrelli, Corso Salani, Massimo Wertmüller, Fabio Traversa, Franco Travisi, Saverio Vallone; origine: Italia; produzione: Massfilm, Studio El; durata: 84’
Il film narra le storie semplici di tutti i giorni, allegre, tristi, drammatiche, d’amore..., di gente semplice, molto attiva, senza la quale non sarebbe possibile realizzare i film, che lavora o che in qualche modo è coinvolta in un’importante produzione cinematografica in costume, che in quel momento si realizza nei teatri di Cinecittà. Prodotto dallo Studio El di Ettore Scola e Luciano Riccieri e da Franco Committeri, «il film, che si avvale di una colonna sonora di Armando Trovajoli all’insegna dei ricordi dei film girati negli stabilimenti sulla Tuscolana, è stato realizzato due anni fa, quando nei vialetti e nei teatri di posa si realizzavano gli ultimi fuochi fatui dei film di grosso budget e con imponenti scenografie come, ad esempio, Il viaggio di Capitan Fracassa. Allora c’erano ancora, ai margini del Teatro 5, le costruzioni di Il barone di Münchhausen e si sperava che, con il dollaro alto, gli americani decidessero di ritornare a girare in quella che in anni dorati era stata, senza retorica, con qualche tocco di folklore, l’anticamera della fantasia creativa italiana e dell’artigianato imparentato con l’arte e capace di strizzare l’occhio a Hollywood. Nulla di tutto questo è accaduto e la crisi ormai massiccia è, per molti aspetti, anticipata e raccontata dal filo di amarezza e di sogni sbrindellati del copione del film del poco più che trentenne regista di I ragazzi di Torino sognano Tokio e vanno a Berlino» (Grassi).

ore 21.00
Incontro moderato da Steve Della Casa con Renzo Badolisani

a seguire
I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino (1985)
Regia: Renzo Badolisani; soggetto e sceneggiatura: R. Badolisani; fotografia: Salvatore Cotruzzola; montaggio: Franco Letti; interpreti: R. Badolisani, Luciano Dario, Cristina Giachino, Mercurio Lo Grasso, Claudia Venica, Paolo Badolisani; origine: Italia; produzione: Jean Vigo; durata: 85’
Due amici: Vincenzo e Luciano. Il primo, molto bravo a parlare. Il secondo molto bravo ad ascoltare. I due stanno bene insieme: dividono un appartamento al centro di Torino, scherzano, mangiano, ridono, ascoltano musica. Nella loro vita ci sono Paolo il barbiere, Mercurio l’artista, Edo e Diana i manager, Laura la bionda cantante e infine Viviana, la donna... «È esemplare (il regista si definisce “integrato metropolitano”) la golosa e precipitosa commistione culturale del mondo dei ragazzi. Un insieme di tradizionalismo, anarchismo, pensiero debole, vattimismo, transavanguardia, nostalgie di ordine (Tokyo) e di comunità (Berlino). Chi volesse usare i vecchi termini di destra-sinistra si troverebbe spiazzato dalle euforie della Città laboratorio (se capita a Torino si ripete altrove). [...] Fa un certo effetto il doppiaggio professionale, certe cose sono di troppo, come la prostituta espressamente bolognese. Anche l’artista Mercurio ha uno strano accento, ma il lato più interessante del personaggio è che si eccita con le foto del critico d’arte Bonito Oliva nudo» (Reggiani). «Se qualcosa di buono uscirà dal cinema italiano sarà anche per merito di film come I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino [...]; ormai appartiene alla storia del nuovo cinema, così pieno di scorie e poesia da tenere alla larga neorealismi, inchieste, apostolati, tutte cose vendibili» (Silvestri).
Ingresso gratuito

7-14 aprile
Jean-Luc Godard: compositore di cinema

La retrospettiva su Godard, di cui viene proposta al Cinema Trevi una sezione dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta, è un progetto della Cineteca del Comune di Bologna realizzato con Regione Emilia-Romagna, Angelica Festival, Museo Nazionale del Cinema, Cinémathèque Suisse e Lo Sguardo dei Maestri (Udine) in collaborazione con Ambasciata di Francia, Alliance Française di Bologna e con il supporto di Gaumont Archives, Studio Canal, Tamasa Distribution, Cinémathèque de Toulouse, Ministère des Affaires Étrangères, Cine Classics, Cinemateca Portuguesa e Suomen Elokuva Arkisto.
Ecco la presentazione di Jean Douchet, curatore del progetto, relativa al periodo da noi preso in considerazione:
«Inizia dunque il secondo periodo, all’epoca terribilmente innovatore, e accolto quasi come classico, oggi: una successione d’opere e di capolavori che parte da À Bout de souffle (1959) per concludersi con Week end (1967). À Bout de souffle non ha certo il fiato corto. Con allegria ed entusiasmo Godard spazza via quasi tutte le regole sclerotizzate imposte dalle convenzioni accademiche del cinema considerato di qualità. Pur rispettandone alcuni aspetti. Spetta allo spettatore il compito di riconoscere lo schema di ciò che potrebbe essere un film poliziesco, solo che quest’ultimo si sottomette al film d’amore. Per lo spettatore così come per il protagonista, importa solo come andrà a finire il rapporto passionale.
Il tono romantico che accompagna il nuovo sguardo della gioventù degli anni ’60 scatena un vero successo di pubblico e pone Godard accanto ai professionisti del settore. Lungi dall’accontentarsi di questo, egli si permette qualunque audacia. Il suo secondo film osa trattare negli anni ’60 della guerra in Algeria, della lotta terrorista tra OAS (Organisation armée secrète) et FLN (Front de libération nationale), così come della tortura, filmata con realismo da reportage. Cinema e Politica, dunque, ma trattate globalmente, non solo come soggetto, ma prima di tutto come oggetto. In particolare per il cinema. Questo film è forse quello che ci introduce nel migliore dei modi al pensiero cinematografico di Godard. In particolar modo, nella sequenza delle foto tra l’eroe dell’OAS e la ragazza del FLN. La sequenza ha inizio con una panoramica filata dall’alto su un palazzo, di modo che si abbia l’impressione di osservare un pezzo di pellicola tenuta immobile dal basso all’alto, che una macchina da presa descrive rapidamente. In poche parole, la mossa della macchina a presa dona movimento alla successione di immagini fisse che ci vengono (rap)presentate. È un tranello.
La verità è che tra ogni fotogramma fisso giace una rottura. E che il tempo che crediamo di veder scorrere non è che una successione di quantità temporale fossilizzata. E che dunque l’occhio è bombardato da molteplici particelle quasi istantanee. Questa intuizione annuncia uno degli elementi più sconcertanti per lo spettatore: il fatto che Godard filmi sempre più l’universo secondo una concezione atomica. Da qui la frase che giunge nella scena tra la ragazza e l’eroe. Egli afferma: “la fotografia fissa la verità.
Il cinema filma la verità 24 volte al secondo”. Facendogli dire questa frase, il nostro cineasta sembra perpetuare il punto di vista dei suoi maestri (i fratelli Lumière, Renoir, Rossellini, André Bazin). Ma due o tre anni più tardi egli rettificherà quest’affermazione in maniera definitiva, grazie a questa nuova riflessione: “questa non è un’immagine giusta, è giusto un’immagine”» (traduzione di Rinaldo Censi).
Ai film di Godard sono abbinati 5 film italiani che profumano di Nouvelle Vague.

mercoledì 7
ore 17.00
I delfini (1960)
Regia: Francesco Maselli; soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, F. Maselli, Aggeo Savioli, con la collaborazione di Alberto Moravia; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Enzo Bulgarelli; costumi: Dario Cecchi; musica: Giovanna Fusco; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Claudia Cardinale, Gérard Blain, Sergio Fantoni, Tomas Milian, Betsy Blair; origine: Italia; produzione: Vides Cinematografica, Lux Film; durata: 110’
«I “delfini” sono giunti ricchi e annoiati di una sonnolenta provincia italiana, in rivolta contro le convenzioni. Partecipano alle festicciole un po’ spinte della contessina Cherè in attesa di qualche evento nuovo» (Poppi-Pecorari). «Il film vuole essere, oltre a uno studio di caratteri e una descrizione ambientale, una chiara denuncia dell’involuzione morale, sociale e politica d’una intera generazione, rappresentata dalla jeunesse dorée attuale» (Rondolino).
Vietato ai minori di anni 16

ore 19.00
Le Petit soldat (1960)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Maurice Leroux; montaggio: Agnès Guillemot, Nadine Marquand, Lila Herman; interpreti: Michel Subor, Anna Karina, Henry-Jacques Huet, Paul Beauvais, Laszlo Szabo, Georges de Beauregard; origine: Francia; produzione: Société Nouvelle de Cinéma; durata: 88’
«Il fotografo Bruno (Subor), agente di un’organizzazione segreta di destra, riceve l’incarico di uccidere, in Svizzera, un giornalista filoalgerino: tentenna, viene sospettato di fare il doppio gioco» (Mereghetti). «Il film vuol essere una testimonianza sul periodo in cui è stato realizzato. Vi si parla di politica, ma non è orientato in una direzione politica determinata. La mia maniera di essermi impegnato è stata di dirmi: si rimprovera alla Nouvelle vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto. La politica in quel momento era l’Algeria» (Godard).
Copia proveniente da Tamasa Distribution.
Si ringrazia Laurence Berbon
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 14

ore 20.45
À Bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1959)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto: François Truffaut; sceneggiatura: J.-L. Godard; supervisione tecnica: Claude Chabrol; fotografia: Raoul Coutard; montaggio: Cècile Decugis, Lila Herman; musica: Martial Solal, Wolfgang Amadeus Mozart; interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Liliane David, Henry-Jacques Huet; origine: Francia; produzione: Société Nouvelle de Cinéma; durata: 90’
«À bout de souffle appartiene per sua natura al genere di film in cui tutto è permesso. Qualsiasi cosa facessero i personaggi poteva essere integrata al film. […] À bout de souffle è una storia, non un soggetto. Il soggetto è qualcosa di semplice e vasto che si può riassumere in venti secondi, la vendetta, il piacere… La storia la si può riassumere solo in venti minuti» (Godard). Mereghetti sintetizza così: «Breve e burrascosa storia d’amore, a Parigi, fra l’omicida di un poliziotto (Belmondo) e una studentessa americana (Seberg) […].
Il film-bandiera della Nouvelle Vague, il manifesto del cinema che piaceva ai giovani redattori dei Cahiers du cinèma: budget ridotto, pochi giorni di lavorazione, riprese effettuate lontano dagli studi e nelle strade, in mezzo alla gente, tanto amore per il poliziesco americano e per un linguaggio visivo lontano dai moduli classici».
Copia proveniente da Tamasa Distribution. Si ringrazia Laurence Berbon
Versione originale con i sottotitoli in italiano

giovedì 8
ore 17.15
I basilischi (1962)
Regia: Lina Wertmüller; soggetto e sceneggiatura: L. Wertmüller; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Antonio Visone; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Antonio Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Enrica Chiaromonte, Rosanna Santoro, Luigi Barbieri; origine: Italia; produzione: Galatea, 22 Dicembre Cinematografica; durata: 82’
«I basilischi sono dei vitelloni in chiave meridionale: figli in genere di gente abbastanza agiata, studiano tutti per avere una laurea, ma, confinati come sono nella loro modesta cittadina rurale, non si fanno grandi illusioni per l’avvenire; passano il loro tempo in strada, cercando di abbondare qualcuna delle difficili ragazze del luogo, oppure vanno ad oziare in una specie di circolo culturale che, come vero scopo, ha soprattutto quello di distinguere i suoi soci dal resto dei loro concittadini, favorendo fino all’esasperazione il senso delle differenze di abitudini e di classe» (Rondi). «Io e Tullio Kezich, che era lì per scrivere un libro sulla lavorazione di Salvatore Giuliano, ci sistemammo nella buca dov’era piazzata la quinta macchina. [...] Mentre si aspettava che cominciasse la scena, raccontai a Tullio come mi avessero impressionato i miei cugini e la vita di Palazzo San Gervasio, quel paese del profondo Sud, al confine tra Puglia e Basilicata. E gli descrissi quelle terre aspre e antiche e la vita che nei paesi si conduceva. Tullio mi disse: “Perché non scrivi questa storia? Se ne potrebbe fare un film insolito sul Sud, che mostri la vita dei paesi fuori dalle normali rotte di chi viaggia in Italia, e questo loro profondo oblomovismo”. “La scrivo”, dissi subito io. E a Roma la scrissi» (Wertmüller).

ore 19.00
Vivre sa vie (Questa è la mia vita) (1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dall’inchiesta giornalistica Où en est avec la prostitution? di Marcel Sacotte; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Anna Karina, Sady Rebbot, André S. Labarthe, Guylaine Schlumberger, Brice Parain, Peter Kassovitz; origine: Francia; produzione: Les Films de la Pléiade; durata: 85’
«Godard affronta un tema che è stato fino ad ora presente in tutti i suoi film ma in forme sempre oblique, episodiche o allusive e che ora diventa centrale e totalizzante: la prostituzione. E lo spunto è, almeno in partenza, quello sociologico di un’inchiesta giornalistica, usata però allo stesso modo dei romanzetti da stazione degli altri film. Poiché le domande e le risposte vere vengono da più lontano, come rivela la citazione da Montaigne che apre il film: «Bisogna prestarsi agli altri e donarsi a se stessi» (Farassino). «Il film è una serie di blocchi. Basta prendere le pietre e metterle una accanto all’altra. Tutto sta nel prendere al primo colpo la pietra giusta» (Godard).
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 18

ore 20.45
Une Femme est une femme (La donna è donna, 1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto: da un idea di Geneviève Cluny; sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Herman; interpreti: Anna Karina, Jean-Claude Brialy, Jean-Paul Belmondo, Marie Dubois, Nicole Paquin, Jeanne Moreau; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films; durata: 84’
Angela, ballerina in un locale di strip, vuole un figlio, ma suo marito non è d’accordo. Un ammiratore della ragazza potrebbe fare al caso suo, ma le cose si complicano… «Per me il film rappresenta anche la scoperta del colore e del suono in presa diretta: gli altri miei film erano doppiati. Il soggetto, come quello degli altri miei due film, racconta come un personaggio esce da una certa situazione. Ma questo soggetto l’ho concepito all’interno di un neorealismo musicale. […] Il film però non è una commedia musicale. È l’idea della commedia musicale. Ho esitato molto prima di fare scene veramente musicali. Alla fine ho preferito suggerire l’idea che i personaggi cantino, utilizzando la musica ma continuando a farli parlare normalmente. Del resto la commedia musicale è morta» (Godard).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 16

venerdì 9
ore 17.00
I pugni in tasca (1965)
Regia: Marco Bellocchio; soggetto e sceneggiatura: M. Bellocchio; collaborazione artistica: Elda Tattoli; fotografia: Alberto Marrama; scenografia: Gisella Longo; costumi: Rosa Sala; musica: Ennio Morricone; montaggio: Aurelio Mangiarotti [Silvano Agosti]; interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masè, Liliana Gerace, Pierluigi Troglio, Jennie Mac Neil; origine: Italia; produzione: Doria Cinematografica; durata: 107’
Alessandro, un giovane epilettico, vive rapporti conflittuali con la realtà che lo circonda, in particolare con la sua famiglia. Folgorante esordio del ventiseienne Marco Bellocchio, Vela d’argento per la miglior regia al Festival di Locarno: «Appena il racconto parte, non c’è più niente che lo ferma: come una lucida, inflessibile macchina, la carica demoniaco porta il folle protagonista, attraverso la distruzione degli altri, alla propria distruzione. È un impressionante personaggio che Bellocchio ha estrinsecato, per mezzo di un inedito e intelligente tipo di interprete, Lou Castel, con rara potenza registica. E, nella figura succube, pervertita e patetica della sorella, particolarmente brava e sensibile Paola Pitagora» (Sacchi).
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.00
Les Carabiniers (1963)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, Jean Gruault, Roberto Rossellini, dalla commedia I carabinieri di Beniamino Joppolo; fotografia: Raoul Coutard; musica: Philippe Arthuys; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Marino Masè, Albert Juross, Geneviève Galéa, Catherine Ribeiro, Geerard Poirot, Jean Brassat; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Laetitia Film; durata: 80’
Due carabinieri comunicano a due fratelli, che vivono in una baracca, che il re ha scritto una lettera per chiedere loro il favore di andare in guerra.
I due carabinieri illustrano i vantaggi della proposta: potranno razziare, saccheggiare, compiere violenze, tutto impunemente. «Non bisogna infatti dimenticare che il cinema deve oggi più che mai osservare come regola di condotta questo pensiero di Bertold Brecht: “Il realismo non consiste in come sono le cose vere, ma in come sono veramente le cose”» (Godard). «Da Brecht viene a Godard una nuovo nozione, post-baziniana, di realismo, che fa di Les carabiniers, come Godard dice, contemporaneamente una favola (un “racconto di fate”) e un “racconto di fatti”. Una storia ingenua di poveri sprovveduti e una riflessione di grande respiro sulla violenza della civiltà occidentale» (Farassino).
Copia proveniente da Ciné Classic. Si ringrazia di Laurence Bierme
Versione originale con i sottotitoli in italiano

a seguire
La pigrizia (ep. I sette peccati capitali, 1961)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Henri Decae; musica: Michel Legrand; montaggio: Jacques Gaillard; interpreti: Eddie Constantine, Nicole Mirel; origine: Francia/Italia; produzione: Films, Franco London Films, Titanus; durata: 15’
Un regista accompagna a casa un’attricetta, che spera di poter lavorare nel suo film. L’atavica pigrizia dell’uomo gli impedirà cogliere le occasioni che la ragazza le offrirà. «Volevo usare un attore famoso, ben noto, con una forte personalità. Ho potuto farlo con Constantine perché egli è un blocco solido, un blocco d’intelligenza e precisione, ma appunto un blocco sempre uguale» (Godard).
Vietato ai minori di anni 16

a seguire
Il mondo nuovo (ep. di Ro.Go.Pa.G., 1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Jean Rabier; musica: Ludwig van Beethoven; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Alexandra Stewart, Jean-Marc Bory, Jean-André Fieschi, Michel Delahaye, J.-L. Godard; origine: Italia/Francia; produzione: Arco Film, Cineriz, Lyre Film; durata: 20’
«Sto per fare uno sketch su un uomo che esce sulla strada. Sembra tutto normale, ma due o tre piccoli particolari gli rivelano che nessuno, neanche la sua fidanzata, pensa e ragiona più normalmente. Scopre per esempio che i caffè non si chiamano più caffè. E quando la sua fidanzata lo pianta non è perché non lo ama più, ma solo perché pensa al tempo in modo differente: essi non partecipano della medesima logica» (Godard).
«Un film di fantascienza intellettuale, dunque, interpretato da intellettuali e con un intellettuale per protagonista, che riflette continuamente sull’irrazionalità che lo circonda»
(Farassino).

ore 21.15
Le Mépris (1963)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dal romanzo Il disprezzo di Alberto Moravia; fotografia: Raoul Coutard; musica: Georges Delerue; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakhsmanan; interpreti: Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang, Georgia Moll, J.-L. Godard; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Film Concordia, Compagnia Cinematografica Champion; durata: 103’
«Nella Roma anni Sessanta uno sceneggiatore (Piccoli) viene ingaggiato per rendere più commerciale un film sull’Odissea diretto da Fritz Lang (nella parte di se stesso). L’uomo dapprima tollera le avances del produttore (Palance) nei confronti di sua moglie (Bardot), suscitando il disprezzo della consorte, poi si ribella. […] Dal romanzo omonimo di Moravia, un film “tragico e disperato” che riflette sulla purezza del cinema (simbolizzato da uno degli autori amati dal Godard critico e da tutti i Cahiers du cinéma, Fritz Lang) e il mercantilismo della produzione, i compromessi cui costringe la vita e il rigore delle scelte morali» (Mereghetti). L’edizione italiana del film fu sottoposta a tagli e manipolazioni per volere di Carlo Ponti. «Il soggetto di Le Mépris sono persone che si guardano e si giudicano, per poi essere a loro volta guardate e giudicate dal cinema, rappresentato da Fritz Lang che interpreta se stesso: insomma la coscienza del film e la sua onestà» (Godard).
Copia proveniente da National Audiovisual Archive di Helsinki. Si ringrazia Juha Kindberg
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 14

sabato 10
ore 17.00
Bande a part (1964)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dal romanzo Fool’s Gold; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, François Collin; interpreti: Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Luisa Colpeyn, Danièle Girard, Ernest Menzer; origine: Francia; produzione: Anouchka Films, Orsay Films; durata: 95’
Due amici si innamorano di una stessa ragazza e la coinvolgono in un furto. «Si è trattato di fare un film come agli inizi del cinema, cioè un film da poco, a basso costo e girato in poco tempo, che accordasse importanza così al personaggio come alla maniera in cui lo si fa agire. Un film che corrispondesse ai film di serie B che amo nel cinema americano» (Godard).
«Beffardo e malinconico, è un dramma risolto in cadenze di commedia burlesca, e un tipico esempio del disinvolto menefreghismo di moda tra i giovani francesi negli anni ’60. Simpatiche canaglie, cugini suburbani del Belmondo di À bout de souffle, i due amiconi danzano, mimano la morte di Billy the Kid, attraversano di corsa il Louvre in poco più di 7 minuti, impacciati quando delinquono e quando cercano di nascondere i loro veri sentimenti» (Morandini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringraziano Olivia Colbeau-Justin e Ripley’s Film
Versione originale con i sottotitoli in italiano

ore 19.00
Una Femme mariée (Una donna sposata, 1964)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven, Claude Nougaro; montaggio: Agnès Guillemot, Françoise Collin; interpreti: Macha Méril, Bernard Noël, Philippe Leroy, Roger Leenhardt, Rita Maiden, Chris Tophe; origine: Francia; produzione: Anouchka Films, Orsay Films; durata: 98’
«Ventiquattr’ore della vita di Charlotte (Méril), una signora borghese che si divide fra marito (Leroy), amante (Noël) e vari appuntamenti (dal medico, in piscina). Un film-saggio sull’alienazione femminile, freddo e dolente, strutturato in tre scene d’amore e sette monologhi tipo cinema-verità (tra i quali quello del critico e regista Roger Leenhardt). Procedimenti stranianti, didascalie, giochi (godardiani) di parole, un’analisi sociologica sull’industria culturale (la pubblicità, le riviste femminile) compiuta con il distacco, la lucidità e l’ironia del miglior Godard» (Mereghetti). «Questo film è una specie di “depliant” sulla donna. Io non invento niente, compilo dei prospetti. Dico: ecco come si compone una donna e la mostro in “pezzi staccati”» (Godard).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringraziano Olivia Colbeau-Justin e Ripley’s Film
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 18

ore 20.45
Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Agente Lemmy Caution, missione Alphaville, 1965)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Paul Misraki; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff, Howard Vernon, Laszlo Szabo, Michel Delahaye; origine: Francia; produzione: Chaumiane Productions, Filmstudio; durata: 98’
«Uno scienziato di nome Von Braun soggioga gli abitanti della futuristica Alphaville per mezzo di un cervellone elettronico. A risolvere la situazione interviene l’agente segreto Lemmy Caution (Constantine). Provocatoria incursione in una fantascienza che diventa riflessione sul presente (così come la scenografia futurista è fatta con gli edifici della Parigi moderna), dove si muove un personaggio uscito dai gialli anni Quaranta di Peter Cheyney […] e che sottolinea, per contrasto, l’opposizione su cui è costruito il film: istinto e programmazione, immaginazione e logica, tradizione culturale e morte della poesia. In origine il film doveva chiamarsi Tarzan contro l’IBM» (Mereghetti).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard
Versione originale con i sottotitoli in italiano

10-14 aprile
Indipendente italiano: I videofilm di Michelangelo Buffa

Michelangelo Buffa è nato a Brusson (Aosta) nel 1948. Cinéphile, critico cinematografico («Filmcritica», «Panoramiques», Torino Film Festival, emissioni radiofoniche e documentari per la Sede Rai della Valle d’Aosta), insegnante, animatore culturale (fu socio fondatore del MovieClub di Torino, della rivista Panoramiques, organizzatore di Cinemambiente), filmaker, documentarista, attivo dagli inizi degli anni Sessanta, ha preservato una dimensione “amatoriale”, realizzando, nell’ambito della produzione underground italiana, film in 8mm, Super8, 16mm, ed in video, a partire dal 1992.
Ha partecipato a numerose rassegne italiane di cinema indipendente, fra le quali Montecatini, Filmaker, Porretta, Videoland di Cesena, Premio Libero Bizzarri, Fano, Umbertiade; il Museo del Cinema di Torino gli ha dedicato una serata ed un omaggio gli è stato dedicato dall’Infinity Festival di Alba. Ha partecipato al recente Bellaria Film Festival col video Nel giardino terrestre.
Attualmente vive e lavora ad Aosta dove realizza video documentari a carattere antropologico nell’ambito dell’attività del Bureau Régional pour l’Ethnologie et la Linguistique, curando anche l’organizzazione dell’Archivio audiovisivo.
Questo mese proponiamo due riletture del cinema di Godard.
Buone visioni…

a seguire
Alphaville 2 (1972/2000)
Un videofilm di Michelangelo Buffa; origine: Italia; durata: 39’
«Il vero titolo è Il dio, il diavolo e l’angelo nella terra di Alphaville: i tre personaggi citati rappresentano le varie forme del cinema ed Alphaville rappresenta il godardiano terreno in cui i nuovi fermenti cinematografici possono realizzarsi, ed esprime nel proprio corpo filmico tutta la drammatica e passionale cinefilia dalla quale ero posseduto all’inizio degli anni Settanta. In un costante sdoppiamento schizoide, mi metto in scena visualizzando tutto il mio ossessivo amore/odio, in una girandola di citazioni, coincidenze, isterismi ed angosce, costruendo così un territorio che plasma interamente la condizione esistenziale.
Alphaville è oggi preceduto da una recente premessa che mette a distanza il film e tutta quanta quell’esperienza cinefilica tale da presentarsi oggi come una testimonianza, un ricordo risvegliato dal dolce e nostalgico ronzio della vecchia cinepresa, un rumore che spalanca i ricordi e riapre, nel film e col film, i segni di un’avventura interiore indimenticabile e così radicale che il mondo intero veniva filtrato dal Cinema che ne diventava la chiave di lettura.
Il film è dedicato “…a pochi intimi cinefili” poiché è forse il mio film più “privato” e nello stesso tempo estensibile ai miei simili di quel periodo, poiché solo, così credevo, i miei simili avrebbero potuto capire l’intensità del coinvolgimento, anziché sorriderne.
Nel medesimo tempo il film è un gioco visivo, un’esaltazione dell’immagine in sé, della sua materialità, della sua presenza non trasparente, opaca, sdoppiata. E quel mondo sdoppiato non è solo perfettamente coerente con le oscillazioni e le angosce esistenziali, è anche una scelta concreta giocata fra la voglia pulsante e perenne di filmare e la penuria di pellicola che così veniva usata e riusata, veniva consumata fino alla fine… “alla fine del sogno”! Alphaville, credo, è il mio piccolo capolavoro!» (Buffa).
Ingresso gratuito

domenica 11
ore 17.00
Deux ou troix choses que je sais d’elle (Due o tre cose che so di lei, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard da un’inchiesta giornalistica di Catherine Vimonet; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven; montaggio: Françoise Collin, Chantal Delattre; interpreti: Marina Vlady, Roger Montsoret, Annie Duperey, Jean Narboni, Christopher Bourseiller, Marianne Boursellier; origine: Francia; produzione: Anouchka Film, Argos Film, Les Films du Carrosse, Parc Film; durata: 95’
«Il regista ha ripetuto spesso che il personaggio centrale del suo film non è la donna, come il titolo potrebbe far supporre, ma la città, Parigi, la “ristrutturazione” dei grandi quartieri popolari voluta dal governo gollista. E infatti uno dei motivi più pungenti e inquietanti del film è costituito dai ripetuti inserti di questa città sventrata, sconvolta, ricostruita da operai, tecnici, ingegneri […].
Il punto di partenza di Due o tre cose che so di lei sarà dunque un’indagine del “Nouvel Observateur” su certi aspetti sconcertanti della prostituzione parigina e un’attrice, Marina Vlady, sarà, e dichiaratamente fin dall’inizio (con esplicito rimando a Brecht), il tramite di un discorso che parte da un’inchiesta ma non si risolve certamente in essa. Perché ciò che interessa Godard non è tanto l’estensione del fenomeno quanto lo stretto rapporto di questo con le norme e le consuetudini di un comportamento generalizzato. Infatti Juliette Janson si prostituisce, col tacito consenso del marito, non per fame o per vizio ma per arrotondare il bilancio familiare e, soprattutto, per avere certe cose che lei stessa ritiene superflue» (Ferrero).
Copia proveniente da Tamasa Distribution. Si ringrazia Laurence Berbon
Versione originale con i sottotitoli in italiano

ore 18.45
La Chinoise (La cinese, 1967)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Karl-Heinz Stockhausen; montaggio: Agnès Guillemot, Delphine Desfons; interpreti: Anne Wiazemsky, Jean-Pierre Léaud, Michel Semeniako, Lex de Bruijn, Juliet Berto, Omar Diop; origine: Francia; produzione: Productions de la Guéville, Parc Films, Athos Films, Simar Films, Anouchka Films; durata: 90’
«Dopo Il bandito delle 11, ormai s’è capito: per Godard il cinema è un bar. Ci si mette a sedere, s’ordina l’aperitivo, e si comincia a chiacchierare sui fatti del giorno, prendendo spunto da rotocalchi e fumetti, dalla gente che passa e dalle idee correnti. La conversazione è leggera, brillante, anche se tocca i massimi sistemi, perché la battuta spiritosa e i puntini di sospensione sfilacciano il discorso. Sul tavolino è previsto un microfono, e davanti la macchina da presa.
[…] Il film esiste proprio come opera a sé, e sebbene sembri soltanto un nastro registratore audio-visivo, ha un suo inconfondibile timbro di invenzione. Allora si capisce che quel microfono, quella macchina da presa, erano guidati da una mano intelligente, la quale li volgeva sull’uno o sull’altro nella speranza di captare i modi più freschi, di afferrare sotto la crosta delle chiacchiere gli umori più autentici dell’uomo di oggi. Allora quel bar è il teatro del mondo. Ne dà puntuale riprova La cinese, in cui l’occhio e l’orecchio di Godard si fermano sui giovani francesi, studenti e artisti, che cercano in Mao la terra promessa alle loro inquietudini d’adolescenti piccolo borghesi.
Sono in cinque, e vivono in un appartamento che delle amiche hanno loro ceduto per le vacanze» (Grazzini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringrazia Olivia Colbeau-Justin
Versione originale con i sottotitoli in italiano

a seguire
L’amore (ep. di Amore e rabbia (Vangelo ’70), 1969)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Alain Levert; interpreti: Christine Guého, Nino Castelnuovo, Catherine Jourdan, Paolo Pozzesi; origine: Italia/Francia; produzione: Castoro Film, Italnoleggio Cinematografico, Anouchka Films; durata: 26’
«L’episodio di Godard si intitola L’amore, ma il suo vero titolo doveva essere, come per una parabola di un Vangelo in coproduzione, L’aller et retour andata e ritorno des enfants prodigues dei figli prodighi. I due figli prodighi sono Nino Castelnuovo, con baffi e sigaro e che parla come un rivoluzionario guevarista, e una Christine Guého deliziosamente parigina, che parla poeticamente e rappresenta la democrazia borghese. Devono sposarsi […]. Una parabola sulle classi sociali, un faccia a faccia impossibile fra Parigi e il terzo mondo, ma anche un gioco o uno sberleffo, con quel titolo e quel cast bilingui, sulle co-produzioni e le loro confusioni linguistiche e ideologiche. Entrambe le coppie, quella dei futuri sposi e quella dei testimoni, sono bilingui e i loro discorsi sono in parte personali ma in parte commenti e traduzioni dei discorsi degli altri» (Farassino).
Vietato ai minori di anni 18

ore 21.00
Il bandito delle undici (Pierrot le fou, 1965)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dal romanzo Obsession di Lionel White; fotografia: Raoul Coutard; musica: Antoine Duhamel; montaggio: Françoise Collin; interpreti: Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Dirk Sanders, Raymond Devos, Graziella Galvani, Roger Dutoit; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 110’
«Accennare alla “trama” del film è quasi insensato, perché non è da essa che dovremo giudicarlo, ma da come lo stile di Godard amalgama la vicenda, il suo sottofondo psicologico, il paesaggio e i modi del loro manifestarsi. I protagonisti, comunque, sono Ferdinando, un giovane intellettuale che ha lavorato sinora alla TV, legge libri d’arte e fumetti, e Marianne, una ragazzina sentimentale, con la quale Ferdinando ha avuto, anni fa, un’avventura. Quando casualmente si ritrovano, l’uomo stufo della moglie e dei miti contemporanei, la donna invischiata nei maneggi d’una banda criminale, senza tanti discorsi si rimettono insieme. […] Melagrana di idee, di spunti ironici, di giochi di specchi fra vero e fittizio, di svolte sardoniche nella polemica fra cultura e vitalismo, Il bandito delle 11 imbastisce un disegno vivace e sconcertante su un tessuto sostanzialmente romantico e inclinato verso il patetico. Per rappresentare la mancanza d’unità dell’uomo contemporaneo, Godard inventa una Marianne dalla doppia, tripla vita, e un Ferdinando nauseato dalla putredine della società ma irretito dall’estetismo» (Grazzini).
Vietato ai minori di anni 18

lunedì 12
chiuso

martedì 13
ore 17.00
La calda vita (1963)
Regia: Florestano Vancini; soggetto: dal romanzo omonimo di Pier Antonio Quarantotti Gambini; sceneggiatura: Marcello Fondato, Elio Bartolini, F. Vancini; fotografia: Roberto Gerardi; scenografia: Flavio Mogherini; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Catherine Spaak, Jacques Perrin, Gabriele Ferzetti, Fabrizio Capucci, Daniele Vargas, Alina Zalewska; origine: Italia/Francia; produzione: Jolly Film, Les Films Agiman; durata: 110’
Un’adolescente trascorre una vacanza al mare con due coetanei, uno ingenuo, l’altro nevrotico, entrambi, a modo loro, innamorati di lei. Ma la ragazza preferirà concedersi a un uomo maturo, il proprietario della villa nella quale soggiornano. «Tutta la narrativa di Gambini è ambientata sulla costa istriana, non lontano da Trieste, in epoche legate al ricordo delle generazioni di ieri e alla nostalgia per una terra perduta. Sono storie che hanno al centro, per lo più, personaggi giovani o addirittura adolescenti, alle prese con l’erompente e disordinato risveglio dell’Eros. […] Nel film non c’è più l’Istria, né il 1939, né l’affresco di costume. Siamo in Sardegna, tra la costa ancora selvaggia e Cagliari, cioè in un mondo che per cultura e mentalità è agli antipodi del romanzo» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18

ore 19.00
Made in Usa (Una storia americana, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dal romanzo The Jugger di Richard Stark; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven, Robert Schumann; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Anna Karina, Laszlo Szabo, Jean-Pierre Léaud, Yves Alfonso, Ernest Menzer, Jean-Claude Bouillon; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Anouchka Films, Sepic; durata: 110’
«Una giornalista francese (Karina) è in Usa per indagare sulla morte di un suo amico comunista. Film di proposito non raccontabile, dove Godard usa l’universo del noir americano (i personaggi si chiamano David Goodis, Richard Widmark, Donald Siegel) per svolgere un discorso politico sul neocolonialismo culturale americano e sulla crisi della sinistra […]. Dialoghi nonsense, barzellette, proclami politici interminabili, sangue finto, scenografie pop alla Tim Wesselmann, Marianne Faithfull che canticchia in un bar: non è invecchiato molto bene, ma lo spirito di quei tempi c’è tutto» (Mereghetti). «Ho per la prima volta rispettato il filo conduttore di una storia, ma nello stesso tempo non ho potuto fare a meno di situarla in un quadro sociologico. Il quadro è dato dal fatto che in questo momento tutto, assolutamente tutto, è influenzato dagli Stati Uniti. Di qui il titolo Made in USA» (Godard).
Copia proveniente da Ciné Classic. Si ringrazia di Laurence Bierme
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 14

ore 21.00
Masculin femminin (Il maschio e la femmina, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dai racconti La femme de Paul e Le signe di Guy de Maupassant; fotografia: Willy Kurant; musica: Francis Lai; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Catherine-Isabelle Duport, Marlène Jobert, Michel Debord, Brigitte Bardot; origine: Francia/Svezia; produzione: Anouchka Films, Argos Films, Svenk Filmindustri, Sandrews; durata: 110’
«Diviso in 15 capitoli, ma narrativamente destrutturato, è un film sui giovani, “i figli di Marx e della Coca-Cola”: Paul (J.-P. Léaud) cerca lavoro, ha interessi sociopolitici ma non è militante come il suo amico Robert (M. Debord). Conosce Madeleine (C. Goya) che vorrebbe diventare una cantante e le sue amiche Catherine (C.-I. Duport) ed Elizabeth (M. Jobert). Intessuto di gag spesso buffe, ma anche tragiche o allucinanti, coglie dei giovani la solitudine o l’alienazione, soprattutto femminile, nella società dei consumi.
Non hanno scelte se non condizionate o condizionanti (altrimenti c’è il solito “atto gratuito”), crescono in un mondo di chiacchiere che non dicono verità. Il ruolo della menzogna nella società pesa su tutti, specialmente su Paul (un Léaud nella sua prima parte adulta), l’ultimo solitario romantico dei film di J.-L. Godard di cui è l’alter ego» (Morandini).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 18

mercoledì 14
ore 17.15
Un mondo nuovo (1966)
Regia: Vittorio De Sica; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, con la collaborazione di Riccardo Aragno; fotografia: Jean Boffety; scenografia: Max Douy; costumi: Tanine Autre; musica: Michel Colombier; montaggio: Paul Cayatte; interpreti: Nino Castelnuovo, Christine Delaroche, Madeleine Robinson, Georges Wilson, Pierre Brasseur, Isa Miranda; origine: Francia/Italia; produzione: Terra Film, Les Productions Artistes Associés, Sol Produzione, Compagnia Cinematografia Montoro; durata: 77’
«Un mondo nuovo è un bel film? Meglio ancora: è un film fresco, aggressivo, dove anche gli errori hanno qualcosa di giovanile. Ci propone un De Sica consapevole dei problemi attuali, attirato stilisticamente dagli esempi della nouvelle vague. Al suo fianco Cesare Zavattini trova quasi sempre nei dialoghi un perfetto equilibrio tra impegno letterario e funzionalità drammatica. Se per esempio il protagonista, un fotoreporter che va matto per i ritratti, dice: “C’è tutto nelle facce della gente, anche la guerra che ci sarà”, la battuta può apparire forzata; ma impeccabile, davvero zavattiniana, è la replica di un amico: “Allora bisogna prenderle a sberle, quelle facce, non fotografarle”. Siamo a Parigi, nell’ambiente studentesco della facoltà di medicina. Al ballo annuale della Salle Wagram, sfrenato come vuole la tradizione goliardica e perfino animato da qualche donnina nuda che la censura non intende tollerare, il giovane fotoreporter Carlo incontra Anne, una ragazza di Clermont-Ferrand che frequenta il primo anno.
Senza quasi dirsi una parola si amano dietro una tenda, poi nella confusione si perdono di vista. È il primo film dove una vera storia d’amore comincia in questo modo, contro il pregiudizio italico che la cosiddetta “prova” sia piuttosto un motivo di separazione fra gli innamorati» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18

ore 19.00
Week-end (Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica, 1967)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Wolfgang Amadeus Mozart, Antoine Duhamel; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Jean Yanne, Mireille Darc, Jean-Pierre Lèaud, Jean-Pierre Kalfon, Valérie Lagrange, Yves Beneyton; origine: Francia/Italia; produzione: Films Copernic, Ascot Cineraid; durata: 96’
«Vorremmo consigliare il pubblico di pazientare, di sforzarsi di comprendere che se ci troviamo di fronte a un’opera dall’apparenza dissennata è perché un moralista rancoroso, un artista bizzarro, caricando le tinte, vi rappresenta un mondo, il nostro, esso stesso dissennato, fondato sull’oro e sul sangue, dove ogni sentimento è sostituito con istinti da giungla. Poiché il disordine inizia nella famiglia, ecco a protagonisti una coppia di sposi, Roland e Corinne, ambedue con amanti (la musica copre il racconto d’un’esperienza tripartita), ma tuttora insieme perché in attesa di ereditare una fortuna dal padre di lei che vive in campagna.
Decisi a ucciderlo, i due si mettono in viaggio un venerdì sera, in automobile. E qui il cinismo di Roland e Corinne si rivela la condizione permanente di tutta la società, simbolizzato da una serie di scene di violenza cui la coppia è partecipe e testimone lungo la strada: gli ingorghi si alternano alle risse, gli incidenti mortali ai roghi di autovetture. Mai, in nessun luogo, un gesto di pietà. […] Certi affreschi del Tre e Quattrocento che rappresentano l’Inferno e il Giudizio Finale, certe allegorie di Bosch, non devono aver suscitato a loro tempo minori perplessità» (Grazzini).
Il film termina con un cartello che annuncia la “fine del cinema”.
Copia proveniente da La Cinémathèque de Toulouse. Si ringrazia Christophe Gauthier
Versione originale con i sottotitoli in italiano - Vietato ai minori di anni 18

ore 20.45
Le Gai savoir (La gaia scienza, 1968)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Jean Leclerc; montaggio: Germaine Cohen; interpreti: Juliet Berto, Jean-Pierre Léaud; origine: Francia/Germania Ovest; produzione: ORTF, Anouchka Films, Bavaria Atelier; durata: 95’
«Lui, Émile Rousseau, studente, è stato colpito al petto da un proiettile sparato da un reparto di paracadutisti, ma salvato da una copia dei Cahiers du Cinéma che teneva sotto la giacca e gli ha fatto da scudo; lei, Patricia, operaia e nipote del leader congolese Patrice Lumumba, ha fatto visita alle officine della Citroën, ma ne è stata cacciata.
La loro storia d’amore è anche la storia di una ricerca e di un apprendimento, e dura tre anni. S’incontrano ogni sera e, in piedi o seduti ma sempre fermi, parlano di politica, società, sesso, solitudine, lavoro, periferia, coscienza, funzionamento dell’ideologia borghese e soprattutto di immagini e di cinema di cui analizzano generi e modelli: film didascalico, amatoriale, guerrigliero, antimperialista. Girato nell’inverno 1967-68 per la TV (O.R.T.F.) francese che non lo mandò in onda. Apre la fase del cinema “militante” di J.-L. Godard che dura fino al 1972 (Crepa padrone, tutto va bene): taglio gauchiste, colorazione maoista, processo distruttivo del linguaggio con reinvenzione del suono, flagellazione dell’autocritica, terrorismo del discorso apodittico, sincerità che sconfina nell’esibizionismo e nello sberleffo» (Morandini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringrazia Olivia Colbeau-Justin
Versione originale con i sottotitoli in italiano

a seguire
8 volte Godard (1982/2003)
Un videofilm di Michelangelo Buffa; origine: Italia; durata: 18’
«Ho affidato ad otto individui, fra amici e conoscenti, otto dichiarazioni fatte da registi italiani su Godard. C’è la Cavani, ci sono i fratelli Taviani, c’è Bellocchio, Brusati, Bertolucci, Zeffirelli... I miei personaggi hanno imparato a memoria il breve testo ed io li ho filmati mentre lo “recitavano” avendo come sfondo manifesti di cinema. 8 volte Godard appartiene a quel periodo, gli anni Ottanta, in cui usavo una cinepresa Super8mm sonora: era il periodo per così dire dei… ritratti. Era allora molto forte in me, e lo è tuttora, l’attrazione verso gli altri individui visti nella loro doppia realtà, quella esteriore, finta, recitata, condizionata, dove domina l’io, ecc., e quella interiore, segreta, impersonale, aperta verso l’infinito… Mi ero messo in testa di tentare di filmare… l’anima. Sapevo che non era possibile, ma volevo almeno sbarazzarmi di quell’io con cui gli individui che si affacciavano davanti all’obiettivo della mia Nizo tentavano di nascondersi al mio occhio, cercavo insomma di accedere ad un territorio in qualche modo sconosciuto ed invisibile in condizioni normali… cercavo l’essere in tutta la sua brillantezza, l’ho mai trovato?... Non so, forse ho intravisto qualcosa, ho registrato il mistero… Se questo era il progetto che ha fondato molti di questi Super8mm, tutta l’apparenza non era che un pretesto per catturare le mie vittime… Il tema Godard non è che un pretesto, il sentircelo declinare dai soggetti ripresi è ancora un pretesto… io guardavo, osservavo… non stavo a sentire…..mentre tutti erano occupati a gestire le apparenze ed a prendere sul serio i miei pretesti, io mi godevo lo spettacolo… lo spettacolo degli esseri incarnati. Li ringrazio ancora tutti, tutti quelli che si sono lasciati guardare… veri, finti, tutti quelli che, coscienti o incoscienti, sono stati al gioco, si sono messi in gioco!» (Buffa).
Ingresso gratuito

15-18 aprile
Primavera del cinema francese 2010: Hippolyte Girardot

Come ogni anno, da sette anni a questa parte, il Cinema Trevi è il cuore del Printemps. È qui che il festival è nato. È qui che ogni anno ritrova la propria identità e rinnova la propria ragion d’essere: portare al pubblico romano una ventata fresca, squadernare i luoghi comuni sul cinema francese, porre le basi per far nascere un rapporto tra i nuovi autori francesi e il pubblico italiano.
Per questo, ogni anno incentriamo la programmazione su una persona.
Quest’anno è l’attore e regista Hippolyte Girardot. Si tratta di uno dei più bravi comédien del cinema attuale. Dei più istintivi, ma anche dei più tecnici. Scorrendo sette titoli della sua filmografia, si passa attraverso una galleria di personaggi e film eccezionali. È il ladro Pierre, accanto a Catherine Deneuve, nel Bon plaisir di François Girod (1984). Lo stesso anno si imbarca in Prénom Carmen, uno dei film più folli di Jean-Luc Godard. Il trentenne squinternato Hippo di Un monde sans pitié (1989) di Eric Rochant è uno dei suoi ruoli culto.
Come il Barjo di Confessions d’un Barjo (1992): esilarante e imprevedibile. Verso la fine degli anni Novanta, Hippolyte Girardot si scrolla di dosso i personaggi istrionici e paranoici e interpreta dei ruoli di composizione degni della migliore scuola americana. Nel 2005 è impeccabile nei panni del marito infermo di Constance nello splendido Lady Chatterley di Pascale Ferran. Infine c’è Cannes 2009. Cambio di marcia e di velocità. Associato con il regista giapponese Nobuhiro Suwa, gira (e interpreta) Yuki et Nina. Per alcuni, il più gran film della Quinzaine 2009.
La Primavera del cinema francese 2010 è organizzata e curata dall’Associazione Regards/Sguardi (i fondatori Florence Ferran, Stéphane Solier e Eugenio Renzi) in collaborazione con l’Ambasciata di Francia in Italia - BCLA, il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, l’Académie de France à Rome - Villa Medici e il Cinema Farnese - Persol. Il festival riceve quest’anno il sostegno di BNL-BNP Paribas (Main Sponsor), dell’Ambasciata di Francia in Italia-BCLA, della Fondazione Nuovi Mecenati, della Roma & Lazio Film Commission - Regione Lazio, di Sina Fine Italian Hotels e di Unifrance, con il patrocinio del Comune di Roma.
La manifestazione si svolgerà altresi presso le sedi di Villa Medici e di Cinema Farnese-Persol dal 14 al 20 aprile 2010.
Programma completo sul sito www.primaveracinemafrancese.it
Film in versione originale con i sottotitoli in italiano

giovedì 15
ore 18.00
Le Bon plaisir (1983)
Regia: Francis Girod; sceneggiatura e soggetto: Francis Girod, Françoise Giroud, dal libro di F. Giroud; fotografia: Jean Penzer; interpreti: Catherine Deneuve, Hippolyte Girardot, Jean-Louis Trintignant; origine: Francia; durata: 110’
Pierre ruba la borsetta di Claire (Catherine Deneuve). Ci trova una lettera scritta dieci anni prima, dove si parla di un figlio illegittimo. L’autore è il padre del nascituro, un politico scaltro, il quale per salvarsi la carriera chiede a Claire di abortire. Nel frattempo questo politico è diventato presidente della Repubblica e se la lettera venisse pubblicata ne verrebbe fuori uno scandalo... Francis Girod adatta un romanzo di Françoise Giroud, pubblicato nella collana Mazarine (nome della figlia illegittima di François Mitterrand!). Catherine Deneuve ha dichiarato: «Se fosse stata la storia di un direttore generale anonimo che ritrova la sua vecchia fiamma, sarebbe meno divertente. Detto questo, si tratta di un film molto discreto. Altrimenti non avrei accettato. Mi piace invece il suo tono, divertente. I rapporti tra il presidente, il ministro e il mio personaggio sono formidabili. È un film che parla di politica senza indiscrezione. Si capisce subito che è molto realista».

ore 20.00
Incontro con Hippolyte Girardot

a seguire
Yuki & Nina (2009)
Regia: Hippolyte Girardot, Nobuhiro Suwa; sceneggiatura e soggetto: H. Girardot, N. Suwa; fotografia: Josée Deshaies; montaggio: Hisako Suwa, Laurence Briaud; interpreti: Hippolyte Girardot, Noë Sampy, Arielle Moutel, Tsuyo Shimizu; origine: Francia; durata: 92’
Frédéric e Jun non si amano più. Si dividono. E ognuno torna per la sua strada. Il Giappone lei, la Francia lui. E Nina? Il frutto inseparabile del loro amore? Il film della coppia Girardot-Suwa è una storia scritta sulle punte delle dita. Girata sulle punta dei piedi. Non c’è nulla di più facile che fare un film con l’infanzia – tenera e dolce, ammalia di per sé. Più difficile, quasi impossibile, è dare voce al punto di vista di un bambino (in questo caso di una bambina) su una storia di adulti. In Yuki & Nina, Hippo & Suwa non solo ci sono riusciti, ma sono andati oltre: nell’ultima parte è Yuki a filmare le immagini del suo viaggio in Giappone con una mini HD.
Ingresso gratuito

venerdì 16
ore 18.00
Prénom Carmen (1984)
Regia: Jean-Luc Godard; sceneggiatura e soggetto: Anne-Marie Miéville; fotografia: Raoul Coutard e Jean Garcenot ; interpreti: Maruschka Detmers, Jean-Luc Godard; Jacques Bonnaffé, Hippolyte Girardot; origine: Francia; durata: 85’
Del libretto originale di Georges Bizet Godard conserva tutto e niente. L’opera è trasposta all’epoca in cui il film è stato girato. Al posto dei contrabbandieri, c’è un gruppo di militanti rivoluzionari. Al posto della bohème zigana c’è il mondo, non meno apolide, non meno bohème, del cinema. Tra il 1915 e i nostri giorni, l’opera-comica in quattro atti di Georges Bizet è stata adattata almeno una ventina di volte sul grande schermo. Tra gli altri da Cecil B. DeMille, Ernst Lubitch, Raoul Walsh, Otto Preminger... E Jean-Luc Godard. La forza di ogni Carmen è il magico equilibrio di scene tragiche contrastanti con passaggi più leggeri, a volte sfacciatamente comici. È intorno a questa materia colorata e sfaccettata che Godard costruisce il suo film. Nel quale si ritaglia un autoritratto ironico. Si scopre un’opera totalmente godardiana: una storia di coppie e di amori violenti e impossibili, capitolo di una linea ininterrotta che va da A Bout de souffle passando per Il disprezzo e Pierrot le fou.
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.30
Incontro con Hippolyte Girardot

a seguire
Un Monde sans pitié (1989)
Regia: Eric Rochant; sceneggiatura e soggetto: E. Rochant, Arnaud Desplechin; fotografia: Pierre Novion; montaggio: Michèle Darmlon; interpreti: Hippolyte Girardot, Mireille Perrier, Yvan Attal; origine: Francia: durata: 84’
La storia di Hippo si regge su una sceneggiatura forte perché fragile, eterea, sospesa, tutta riassunta in una scena, una delle più toccanti del film, del cinema francese. Quella in cui Hippo è in piedi sul cornicione per sfuggire ad una visita indesiderata, e Natalie decide infine di chiamarlo proprio in quel momento. L’intrigo è per altro quasi banale. Banale e forte come buona parte quel cinema che va da Eustache a Desplechin, passando per Rohmer e Garrel, e che si interessa della “jeunesse parisienne”. Ad ogni generazione, gli autori francesi riprendono a tessere il filo dell’ossessione più ricorrente e feconda della cinematografia nazionale: la giovinezza. Che cosa vuol dire essere giovani, irrequieti, instabili, sull’orlo tra due ere, la vecchia e la nuova, entrambe respingenti. Un Monde sans pitié trasuda di ricordi cinefili. René Clair, Samuel Beckett, Michel Carné. Eppure lo si sente appena. Il film pecca ammirabilmente di classicismo e non cede mai all’accademismo. Rochant si svincola sempre al momento giusto dal cinismo della citazione. Ama il suo personaggio e lo salva sempre da ogni pesantezza, con una piroetta. Hippolyte, qui a suo primo ruolo culto, è rimasto invischiato nel mito di questo personaggio “generazionale”.
Come Mickey Rourke in America, egli ha passato gli anni Novanta a fare il lutto dell’eroe incarnato sul finire degli anni Ottanta.
Ingresso gratuito

sabato 17
ore 18.00
Confessions d’un Barjo (1992)
Regia: Jérôme Boivin; sceneggiatura e soggetto: J. Boivin, Jacques Audiard ,dal romanzo di Ph. K. Dick; fotografia: Jean-Claude Larrieu; montaggio: Anne Lafarge; interpreti: Hippolyte Girardot; Richard Bohringer; Anne Brochet; origine: Francia; durata: 85’
Fanfan si sposa con un industriale savoiardo, Charles. Il suo gemello, un “barjo” (spostato), si piazza a casa loro. Capello irsuto, occhialoni, Barjo pensa di avere un dono per le scienze esatte, mentre invece è solo uno spostato che combina guai a destra e a manca. Confessions d’un Barjo adatta, tutto sommato fedelmente (fatta eccezione del fatto che non siamo a San Francisco ma in Savoia) lo spirito folle di uno dei romanzi non di fantascienza di Philip K. Dick, l’unico pubblicato quando questi era ancora vivo nel 1957. La forza e il limite del film è di tentare di essere all’altezza del proprio eroe, altrettanto spostato che Barjo. È soprattutto una grande prova per gli attori.
Il risultato è un quarto passo nel delirio. Il cinema francese è andato raramente oltre il terzo.

ore 20.00
Lady Chatterley (2006)
Regia: Pascale Ferran; sceneggiatura e soggetto: P. Ferran, Roger Bohbot, Pierre Trividic; fotografia: Julien Hirsch; montaggio: Mathilde Muyard; interpreti: Marina Hands; Jean-Louis Coulloc’h; Hippolyte Girardot; origine: Francia; durata: 158’
Quando Lady Chatterley lascia le mura del castello di Wragby per abbandonarsi alla stretta amorosa del guardiacaccia Parkin, attraversa un cancello di legno che è come la frontiera al limitare tra due mondi. Non solo due universi sociali. Quello nobile di lei, quello plebeo di lui. Piuttosto due strati dell’essere delle cose. Inanimato e minerale l’uno, vivo e vegetale l’altro. Nudi tra gli alberi, i corpi dei due amanti si rincorrono fin dentro la capanna di Parkin. Oltre quella porta, la natura non li abbandona. La portano con sé, fin sulla pelle. Connie va e viene tra il possente guardiacaccia e l’invalido Clifford, paralizzato dalla prima guerra. Senza che ci sia opposizione. Ferran adatta la seconda stesura de L’amante di Lady Chatterley, Lady Chatterley e l’uomo del bosco. Un romanzo solo all’apparenza sessuale, solo all’apparenza sociale. Piuttosto una liberazione di entrambi gli schemi.
L’ipotesi di un’ideale sessuale come pienezza di vita. Il nome di Gilles Deleuze è suggerito a più di un titolo. Perché fu lettore attento e appassionato di Lawrence. Perché Ferran invoca una formula che gli era cara («amare, senza tirare le somme»), e perché la cineasta ha affidato a Fanny e Julien, rispettivamente moglie e figlio del filosofo, la traduzione dei dialoghi originali.

domenica 18
ore 18.00
Yuki & Nina (replica)

ore 20.00
Rois et reine (2004)
Regia: Arnaud Desplechin; sceneggiatura e soggetto: A. Desplechin, Roger Bohbot; fotografia: Eric Gautier; montaggio: Laurence Briaud; interpreti: Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Catherine Deneuve, Maurice Garrel, Hippolyte Girardot; origine: Francia; durata: 150’
Mentre il suo ex Ismaël vive in modo buffo il fatto di trovarsi internato per sbaglio in un manicomio, Nora affronta con coraggio e orgoglio la prova tragica della perdita del padre (Maurice Garrel). «Ho amato quattro uomini nella mia vita, ne ho ammazzato due», dichiara quando sta per sposarsi e trovare finalmente la pace insieme al figlio Elias. Ciò che impressiona sempre nei film di Desplechin è quell’incredibile talento per dirigere gli attori. Di certo, la Devos, Amalric, Garrel, ecc.…, sono tutti formidabili di per sé, solo per la loro presenza sullo schermo. Ma il regista possiede quell’arte del gruppo, quella famosa “famiglia” che si ritrova qui, allargatasi con un Hippolyte Girardot allucinante nei panni di un avvocato totalmente fatto.

lunedì 19
chiuso

20-21 aprile
Sordi politico

«In Italia, il vero cinema politico lo ha fatto Alberto Sordi!». Questa determinata dichiarazione, rilasciata due anni fa dal regista Pasquale Squitieri nel corso di un’intervista televisiva, fornisce un notevolissimo spunto critico con il quale rileggere, attraverso sei film-chiave (tra i quali Tutti dentro e Assolto per aver commesso il fatto invisibili nelle sale cinematografiche dall’epoca della loro uscita, raramente proposti in televisione e attualmente irreperibili in home video), l’imponente filmografia di colui che in mezzo secolo di carriera ha specularmente incarnato l’eterna maschera degli italiani.
L’ostentata miopia della critica nazionale ha impedito un’idonea valutazione professionale della magistrale arte interpretativa dell’Attore/Autore, etichettandola spesso in facili demagogici luoghi comuni. Nella vulgata comune Sordi avrebbe rappresentato sullo schermo solamente l’arrivismo e la faciloneria attraverso i quali il pubblico ha potuto identificarsi con troppa accattivante semplicità.
In realtà fin dagli anni Cinquanta, grazie anche all’apporto di inarrivabili sceneggiatori e grandi registi, Sordi ha gradualmente costruito i vari capitoli della cinematografica “Storia di un italiano” compiendo delle scelte esclusive in merito ai singoli ruoli da interpretare, tanto perfetti per la definizione della loro sfaccettata personalità quanto scomodi per il coraggio della lucida e spesso profetica denuncia del malcostume intrisa di satira: un po’ come accadrà a Gian Maria Volontè a distanza di un decennio abbondante, seppure in film dall’impegno politico più dichiarato, ma non privi di risvolti volutamente grotteschi. Diretto da Luigi Zampa (L’arte di arrangiarsi, Il vigile, Contestazione generale), Giorgio Bianchi (Il moralista), Mario Monicelli (La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo), Francesco Rosi (I magliari), Luigi Comencini (Tutti a casa, Il commissario, Lo scopone scientifico, L’ingorgo), Dino Risi (Una vita difficile), Alberto Lattuada (Mafioso), Vittorio De Sica (Il boom), Elio Petri (Il maestro di Vigevano), Luciano Salce (Il Prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue), Nanni Loy (Detenuto in attesa di giudizio), Steno (Anastasia mio fratello), Ettore Scola (La più bella serata della mia vita, Romanzo di un giovane povero), o da se stesso come nella maggior parte dei film presenti in questo ciclo, pur non avendo mai utilizzato la sua professione per intenti propagandistici o pubblicitari, Sordi ha moderatamente esaltato il potere sociologico della commedia all’italiana fino a condurla alle sue svolte più cupe e irreversibili, popolandola di memorabili individui talmente schiacciati dall’involuzione del proprio percorso esistenziale da rimanerne definitivamente sconfitti.
Non a caso i progetti irrealizzati dei quali avrebbe dovuto essere protagonista tra il 1991 e il 1994 riguardavano le figure di un avvocato in pensione che tornando a esercitare la professione per difendere un giovane accusato di omicidio incorre nel nuovo codice penale (Cravatta a farfalla scritto da Furio Scarpelli per la regia di Luigi Filippo D’Amico) e di un iscritto nelle liste Gladio alle prese con il bilancio del suo inglorioso passato (Omissis o Tragedia all’italiana scritto da Furio Scarpelli ed Ettore Scola prevedendo prima la regia di Sordi, poi di Giuliano Montaldo).
Con il suo impareggiabile stile diretto, sarcastico e beffardo, in un cinema in cui oggettivamente c’è sempre stato ben poco da ridere, Alberto Sordi ha rappresentato e rimarrà sempre il più grande “antieroe” dei nostri tempi.
Programma, testo introduttivo e schede a cura di Graziano Marraffa

martedì 20
ore 17.00
Detenuto in attesa di giudizio (1971)
Regia: Nanni Loy; soggetto: Rodolfo Sonego; soggetto e sceneggiatura: Sergio Amidei, Emilio Sanna; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Gianni Polidori; costumi: Marisa Crimi, Bruna Parmesan; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Alberto Sordi, Elga Andersen, Lino Banfi, Mario Pisu, Antonio Casagrande, Michele Gammino; origine: Italia; produzione: Documento Film; durata: 102’
Giuseppe Di Noi, geometra emigrato in Svezia e divenuto titolare di una piccola impresa edile, decide dopo sette anni di tornare in Italia per le vacanze estive insieme alla moglie Ingrid e ai due figlioletti; ma all’esibizione del passaporto alla frontiera, viene ammanettato dagli agenti e trasferito, senza particolari spiegazioni sull’accusa, nel carcere di San Vittore. La sua odissea proseguirà nei penitenziari di Regina Coeli e Sagunto, fino a condurlo, in seguito a vari traumi, in un manicomio criminale. «Il kafkiano itinerario dell’innocuo geometra, trasformato in criminale per una distrazione della burocrazia peninsulare, offre a Nanni Loy e allo sceneggiatore Amidei, cronache giornalistiche alla mano, l’opportunità per spezzare una lancia in favore della riforma del nostro sistema carcerario e giudiziario. Si può chiamare commedia un film simile, anche se interpretato da un Sordi che non trascura le occasioni per far ridere? O non siamo piuttosto davanti a una satira civile, apprezzabile sia per l’intento che l’equilibrio fra realismo e invenzione comica? Se è vero che la cosiddetta commedia italiana resta un genere minore, qui essa assume tuttavia una precisa dignità sociale, di cui si deve tener conto» (Frosali).

ore 19.00
Finché c’è guerra c’è speranza (1974)
Regia: Alberto Sordi; soggetto: A. Sordi; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, A. Sordi; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Arrigo Breschi, Angelo Cesari; costumi: Bruna Parmesan; musica: Piero Piccioni; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: A. Sordi, Silvia Monti, Alessandro Cutolo, Matilde Costa Giuffrida, Edy [Eduardo] Fajeta, Mauro Firmani; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 124’
Pietro Chiocca, ex rappresentante di pompe idrauliche, gira per i paesi del Terzo Mondo alla ricerca di clienti per commercializzare armi sofisticate di ogni tipo. Le pressanti esigenze di un’insaziabile famiglia cresciuta nel lusso lo portano ad avventurarsi in affari tanto sempre più grossi quanto più sporchi. «Ho avuto l’idea di girare questo film guardando un programma televisivo di alcuni anni fa. Era un’inchiesta sui venditori di armi. Mi colpì moltissimo l’intervista con Samuel Cummings, il più famoso mercante d’armi autorizzato. L’ho conosciuto, sono stato a trovarlo nella sua villa a Parigi e sulla Costa Azzurra. Credo che sia uno degli uomini più ricchi del mondo: ed è un autentico professionista. Sono rimasto a guardarlo, ad ascoltarlo annichilito e alla fine ho deciso che, a tutti i costi, avrei portato sullo schermo il personaggio del venditore d’armi. […] La storia del mio venditore di armi non piaceva ai governi, ma io, che coltivavo da quattro anni questo progetto, ho tenuto duro e il Senegal alla fine mi ha accolto a braccia aperte» (Sordi). «Sordi ci tiene a far vedere che per lui gli anni non sono passati invano: e dallo schermo, in sottofinale, stronca la risata in gola al pubblico con una denuncia di timbro addirittura brechtiano» (Kezich). «Film leggibile tuttora con molte chiavi, non ultima quella dell’intelligenza della politica estera nazionale e del sostegno economico e militare nei confronti di alcuni paesi africani» (Brunetta).

ore 21.15
Il comune senso del pudore (1976)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi; fotografia: Luigi Kuveiller, Giuseppe Ruzzolini; scenografia: Francesco Bronzi, Piero Poletto, Luciano Puccini; costumi: Bruna Parmesan; musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Cochi Ponzoni, Claudia Cardinale, Florinda Bolkan, Philippe Noiret, Giuseppe Colizzi; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 123’
Giacinto Colonna, operaio romano che lavora in fonderia, in occasione del festeggiamento delle nozze d’argento con la moglie Ermina, decide di trascorrere la serata al cinema. Dopo troppi anni in cui entrambi non hanno più frequentato le sale di pubblico spettacolo, i bonari coniugi si troveranno davanti all’esclusiva proposta di film vietati ai minori, spaventosi o pornografici che siano. Ottavio Caramessa, intellettuale di sinistra proveniente dalla provincia lombarda con ambizioni letterarie, viene coinvolto da un’editrice rampante nell’ideazione di testi per una rivista pornografica.
Nominato direttore responsabile della pubblicazione, pur mantenendo la sua volontà di proseguire un’utopistica battaglia per la libertà di stampa, ne subirà le amare conseguenze del caso. Armida, moglie vicentina dell’integerrimo pretore Tiziano Ballarin, viene attratta dalla severa campagna moralizzatrice compiuta dal marito mediante gli ordini di sequestro di film e riviste pornografiche. Scoprirà l’ipocrisia malcelata da esibito perbenismo del coniuge e degli altri compaesani, ferventi consumatori degli stessi prodotti che sostengono di disprezzare. Giuseppe Di Costanzo, produttore napoletano di un film su Lady Chatterley nel quale ha investito molti soldi altrui, rischia la catastrofe in quanto la diva tedesca Ingrid Streesberg si rifiuta d’interpretare un’esplicita sequenza erotica. «Un discorso di satira troppo facile ma che corrisponde probabilmente ad una profonda verità psicologica: chi condanna e censura ritiene di essere superiore al senso comune, si convince di poter controllare i propri istinti e dunque si concede la visione di certi spettacoli, al solo fine di censurarli e di impedire ad altri l’identica visione» (Marco Vallora).

mercoledì 21
ore 17.00
Un borghese piccolo piccolo (1977)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: Vincenzo Cerami, dal suo romanzo omonimo; sceneggiatura: Sergio Amidei, M. Monicelli; fotografia: Mario Vulpiani; scenografia: Lorenzo Baraldi; costumi: Gitt Magrini; musica: Giancarlo Chiaramello; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Alberto Sordi, Shelley Winters, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Renzo Carboni, Renato Romano; origine : Italia; produzione: Auro Cinematografica; durata: 121’
Giovanni Vivaldi, impiegato ministeriale prossimo alla pensione, insegue il sogno di far assumere nel suo stesso Ministero il figlio Mario, neodiplomato ragioniere, mediante la partecipazione a un concorso che prevede 600 vincitori su 30.000 concorrenti. Ritenendosi disposto a tutto pur di essere agevolato nell’intento, dietro consiglio del suo amichevole superiore dottor Spaziani, arriva a iscriversi alla Massoneria nonostante il parere contrario della scettica moglie Amalia. Superata la prova scritta, Mario viene casualmente ucciso da un rapinatore di banca la mattina stessa degli esami orali. In seguito allo shock la moglie resta totalmente paralizzata e Giovanni fa esplodere il suo disperato istinto di vendetta giungendo a sequestrare e torturare l’assassino del figlio che ha riconosciuto tra gli indiziati in seguito a vari confronti con la polizia. «Il borghese piccolo piccolo direbbe: ma io che c’entro con la violenza? Invece, c’è dentro fino al collo. Una violenza che annulla gli altri e lui stesso quando il sipario della sua mediocre rappresentazione (l’unica che sappia fare) è strappato dal colpo di pistola» (Sordi). «Da non dimenticare, fra gli strumenti che hanno concorso a creare lo stile del film, la fotografia affascinante di Mario Vulpiani, ispirata, oltre ai colori di Sughi, a quelli di Munch, con dominanti nero-grigi qua solo verdi plumbei, là tutte sfumature livide e bluastre, non di rado monocrome. A dare un senso diffuso di soffocamento, di oppressione, di nulla» (Rondi).
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.10
Tutti dentro (1984)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi, Augusto Caminito; sceneggiatura: A. Sordi, R. Sonego; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Massimo Razzi; costumi: Bruna Parmesan: musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Giorgia Moll, Dalila Di Lazzaro, Joe Pesci, Franco Scandurra, Armando Francioli; origine: Italia; produzione: Scena Film; durata: 115’
Annibale Salvemini, irreprensibile magistrato presso il Palazzo di Giustizia a Roma, riceve l’incarico di occuparsi di una riservatissima inchiesta in fase d’istruttoria riguardante illecite tangenti relative a un traffico di forniture di petrolio all’Italia, nella quale risulterebbero coinvolti insieme ad un ministro, noti esponenti del mondo finanziario e affaristico. Giunto alla pensione il Consigliere suo superiore e avendo ormai acquisito nel proprio “dossier” tutti i più ampi elementi per spiccare oltre un centinaio di mandati di cattura, Salvemini ordina l’arresto d’innumerevoli persone, tra i quali un giornalista televisivo, una cantante di night club, pseudo-finanzieri, intrallazzatori di vario calibro e un faccendiere suo ex compagno di scuola. Nonostante la sua comprovata incorruttibilità, il giudice si troverà egli stesso vittima dell’indagine. «Avevo in mente questo personaggio – non ho mai interpretato un magistrato – dai tempi di Detenuto in attesa di giudizio. Poteva sembrare una storia paradossale: invece la realtà, e lo conferma Sonego, come al solito si è dimostrata più imprevedibile della fantasia. […] La figura del magistrato mi interessava perché uno che ha la possibilità di togliere la libertà agli altri, dispone del loro destino» (Sordi). «Il ritratto del giudice è tanto severo da dar quasi fastidio con la sua lealtà verso le leggi e la sua slealtà verso gli amici, ma il risvolto finale dimostra quanto gli altri siano più scaltri e più sleali e che la probità del singolo può servire come spunto di una commedia sulla corruzione mascherata dal sorriso in una società tanto confusa» (Fegatelli).

ore 21.15
Assolto per aver commesso il fatto (1991)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi; fotografia: Armando Nannuzzi; scenografia: Marco Dentici; costumi: Paola Marchesin; musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Angela Finocchiaro, Enzo Monteduro, Marco Predolin, Roberto Sbaratto, Francesca Reggiani; origine: Italia; produzione: Mito Film, Rai-Radiotelevisione Italiana (RaiUno); durata: 120’
Emilio Garrone, spacciandosi per un ispettore della SIAE (della quale è in realtà un ex funzionario in pensione da molti anni), in merito al riscontro di alcune irregolarità amministrative riesce a indurre i titolari di varie emittenti radiotelevisive private a cedergliene la proprietà senza compenso. Divenuto in breve tempo un temibile concorrente dell’impero televisivo appartenente al cavalier Serra, il faccendiere riesce tramite un imbroglio a superarlo sul tempo nell’acquisto di un prestigioso network americano. «L’Italia ... Sì, sì, è diventata un paese volgare, criminale, cattivo. […] Alla criminalità organizzata, io non voglio neanche pensare... Ho pensato, per questo film, [...] ai nostri nuovi miliardari, quelli che si sono accorti per tempo che la televisione poteva essere un grandissimo affare: in fondo racconto un altro capitolo dell’italiana “arte di arrangiarsi” (Sordi).

22-30 aprile
Cinicamente vostro... Dino Risi

«C’è un motivo ricorrente nei giudizi sul cinema di Dino Risi, un motivo ripetuto da anni nelle recensioni brevi dei quotidiani, nei saggi, nei libri: il “cinismo” di Risi. Non nego di avere anch’io seguito questo percorso, anche se ho sempre cercato di circoscriverne e di precisarne lo spazio e il significato. Cinismo quasi come compiacimento nella descrizione dei difetti e dei mali degli italiani e dell’Italia, nell’ambito dei molti film che il regista ha realizzato. Credo ora di riuscire finalmente a esprimere quello che esattamente penso e che – non ho difficoltà a precisarlo – mi si è via via chiarito col tempo e con le opere. Si tratta infatti del contrario: non di cinismo, ma di dolore, di preoccupazione per tutto ciò che, di fronte al regista, si veniva delineando, e che egli stesso osservava e vedeva passare, nella vita di tutti noi. Cinismo come presa di distanza, per allontanare qualsiasi effetto, qualsiasi sembianza di commozione e di sentimento, affinché non sembrasse che un qualsiasi giudizio negativo provenisse dal cuore e non dal cervello. Cinismo, dunque, non certo come indifferenza, o peggio: ripensando alla galleria dei personaggi e delle situazioni presenti nei film, è facile e immediato situare soggetti e figure nell’ambito di un quadro in cui Risi non soltanto castiga i costumi con apparenza gioiosa, ma li sferza profondamente e ne mostra, per così dire, le radici malate» (Giacomo Gambetti, Prefazione, in Irene Mazzetti, I film di Dino Risi, Gremese, Roma, [2008?], p. 7).
Cinicamente vostro... Dino Risi vuole essere un ideale proseguimento della retrospettiva dedicata al regista nel 2003, sempre al Cinema Trevi, attraverso la proiezione di film rimasti esclusi in quell’occasione.

giovedì 22
ore 17.15
Poveri milionari (1959)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, D. Risi; fotografia: Tonino Delli Colli; scenografia: Piero Filippone; costumi: Adriana Berselli; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Maurizio Arena, Renato Salvatori, Lorella De Luca, Alessandra Panaro, Sylva Koscina, Memmo Carotenuto; origine: Italia; produzione: Titanus; durata: 92’
Terzo e ultimo capitolo della storia di Romolo e Annamaria, Salvatore e Marisa. Finalmente sposati, decidono di partire per il viaggio di nozze a Firenze. Un contrattempo li costringe a rinunciare. Un incidente fa perdere la memoria a Salvatore: è stato investito dall’automobile di Alice (Sylva Koscina, nella funzione provocatrice che era stata di Marisa Allasio nei due precedenti episodi), la quale per senso di colpa lo fa immediatamente assumere nei grandi magazzini di cui è proprietaria (e dove l’amico Romolo è impiegato come commesso). Essendosene nel frattempo anche innamorata, lo fa nominare direttore generale. La sposina si fa a sua volta assumere e... «Siamo arrivati proprio all’ultima stazione di questo tratto della carriera di Dino Risi. E tutto lo denuncia. Mai come questo momento si rende facile allo storico e all’analista del cinema risiano periodizzare il suo itinerario artistico e professionale» (D’Agostini).

ore 19.00
Venezia, la luna e tu (1958)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, D. Risi; fotografia: Tonino Delli Colli; scenografia: Alberto Boccianti, Luigi Scaccianoce; costumi: Dina Di Bari; musica: Lelio Luttazzi; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Alberto Sordi, Marisa Allasio, Nino Manfredi, Inge Schöener, Niki Dantine, Riccardo Garrone; origine: Italia; produzione: Titanus; durata: 100’
«Alberto Sordi ha cambiato “maschera”: da bullo romano è diventato... gondoliere veneziano; si chiama Bepi, naturalmente è un rubacuori e, sia pure con qualche inflessione romanesca, ciacola in un veneziano che, se non proprio Goldoni, vi ricorderà almeno Baseggio. Il mutamento sotto un certo aspetto non dispiace: a parte, infatti, quell’ombra d’impaccio che Sordi ancora svela di fronte a climi a lui troppo estranei, era tempo che il nostro cinema comico si decidesse a cambiar dialetto: non foss’altro per far sapere, almeno all’estero, che la commedia italiana non nasce solo a Trastevere. [...] La regia di Dino Risi, però, [...] ha fatto in modo che luoghi comuni e reminiscenze venissero riscattati nel racconto da un’atmosfera gioiosa e briosa, resa anche più vivace da equivoci, beffe, situazioni salaci, scherzi, caricature; che, qua e là, avrebbero forse potuto essere più schietti o, su taluni argomenti, un po’ più moderati, ma che, lietamente fusi alla bella cornice veneziana, ai suoi canali, alle sue gondole, hanno ottenuto ugualmente senza fatica l’allegro consenso del pubblico. Per merito anche degli interpreti, s’intende: oltre a Sordi, vanno ricordati il suo timido rivale, Nino Manfredi, che di certo lo ha superato almeno nella colorita verosimiglianza con cui ha disegnato la sua macchietta veneziana, e Marisa Allasio nelle vesti della fanciullina contesa» (Rondi).

ore 21.00
Il mattatore (1960)
Regia: Dino Risi; soggetto: da un racconto di Age[nore] & [Furio] Scarpelli su spunto di Sergio Pugliese; sceneggiatura: Sandro Continenza, Ruggero Maccari, Ettore Scola; fotografia: Massimo Dallamano; scenografia: Giorgio Giovannini; costumi: Marisa D’Andrea, Romolo Martino; musica: Pippo Barzizza; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Vittorio Gassman, Dorian Gray, Anna Maria Ferrero, Peppino De Filippo, Mario Carotenuto, Alberto Bonucci; origine: Italia; produzione: Cei-Incom, S.G.C., Maxima Film; durata: 103’
«Gerardo, erede di Fregoli, diventa un asso della truffa. Inutilmente la moglie tenta di redimerlo: è una vocazione irresistibile. Commedia brillante, diretta con mano sicura da D. Risi è soprattutto un’esibizione dello strepitoso fregolismo di V. Gassman che passa da un personaggio all’altro. La sceneggiatura ha più di un debito con I tromboni (1956) di F. Zardi che lo stesso Gassman aveva interpretato sul palcoscenico» (Morandini).

venerdì 23
ore 17.00
A porte chiuse (1961)
Regia: Dino Risi; soggetto: Fabio Carpi, D. Risi; sceneggiatura: Marcello Coscia, Dino De Palma, Sandro Continenza; fotografia: Mario Montuori; scenografia: Piero Filippone; costumi: Elio Costanzi; musica: Piero Umiliani; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Anita Ekberg, Claudio Gora, Ettore Manni, Fred Clark, Mario Scaccia, Gianni Bonagura; origine: Italia; produzione: Cinematografica RI.RE., S.G.C., Fair Film; durata: 103’
Accusata dell’omicidio dell’amante ricchissimo, Olga è portata nell’isola, luogo del delitto. L’imputata comincia a sedurre la corte giudicante. Unico a resisterle è Xatis, il procuratore generale. «Io consiglio vivamente a Dino Risi di riprendere la storia dove l’ha lasciata e di dare un seguito a questa buffa e stravagante partita tra Olga Dubovic e il suo magistrato. Anita Ekberg e Fred Clark formano insieme una combinazione impagabile di una mordente e disinvolta eleganza, una di quelle coppie cinematografiche eterogenee eppure irresistibilmente affiatate che possono offrire una fonte di inesauribili motivi comici. Tanto più che Risi li ha capiti benissimo: i loro battibecchi, le loro schermaglie, le loro controscene sono tra le più godibili cose che vedessimo da un pezzo; la scena nel night un piccolo istrionico gioiello. Anche gli altri personaggi del resto sono condotti con disinvoltura e con spirito, in particolare il bravo Claudio Gora (ma perché non lo fanno più dirigere?). Una volta tanto insomma, “rara avis” nel nostro cinema, un film comico senza cacofonici lazzi. Appare ancor più incomprensibile come mai sia stato buttato via dalla distribuzione in questo modo, nel punto di massima depressione della stagione. O è proprio deciso che lo spettatore italiano sia votato alla pernacchia?» ( Sacchi).

Personale video dedicata a Rem & Cap e a Robert Wilson
Nell’ambito della mostra scene/quadro a cura di Valentina Valentini (galleria La Nuova Pesa, via del Corso 530, 22 aprile-11 giugno) si inserisce la rassegna di opere video dedicate a due artisti-attori-registi: lo statunitense Robert Wilson e Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, fondatori di uno dei gruppi di teatro più interessanti della scena italiana “sperimentale” del secondo Novecento e tuttora attivi. Si tratta di opere video autonome rispetto alla scena teatrale e nello stesso tempo a essa relazionabili: fondamento comune della produzione videografica e spettacolare è la matrice visuale. Sia Wilson che Caporossi procedono dal disegno, dallo schizzo che diventa story board, sequenza visuale da cui si costruisce lo spettacolo e/o il video (alcuni disegni di Wilson sono esposti in mostra).
Le opere di Wilson Video 50 (1978), Stations (1981), The Deafman Glance (1981) – ispirato all’omonimo spettacolo teatrale – sono elaborazioni originali da collocare accanto alla sua produzione teatrale, grafico-pittorica e plastica. L’universo poetico dei suoi video, come quello dei suoi spettacoli, dispiega la scena del sogno, una scena silenziosa, lenta e contemplativa in cui l’eccezionale e il meraviglioso irrompono a sconvolgere una quotidianità oleografica e i dettagli hanno il potere di risvegliare l’immaginazione. In questi video fanno la loro apparizione personaggi incredibili e fuori dal tempo che provengono dal mondo delle favole, dei sogni, dai fumetti e dai film popolari.
Nel teatro di Remondi e Caporossi la scrittura teatrale è intimamente legata con la scrittura visiva (disegno, fumetto, illustrazione, pittura). Ciò significa che lo spettacolo non mantiene il carattere drammatico e dialogico, ma assume la compostezza di un teatro “scientifico” in cui è previsto e descritto, con la precisione di uno story-board, esattamente quello che il performer eseguirà nello spazio.
Proiezioni a ingresso gratuito
Le opere video di Riccardo Caporossi saranno presentate dall’autore

ore 19.00
Trucco (1988)
Regia: Riccardo Caporossi; interpreti: Claudio Remondi, R. Caporossi; musica: Antonello Salis; produzione video: Etabeta - Club Teatro; durata: 10’
In una scena spoglia e dai colori neutri (tavoli e sedie, come di vecchia osteria) due avventori, ciascuno seduto e appoggiato ad un tavolo, immobili, si fronteggiano, scrutandosi. Due specchi riflettono le loro immagini. Una fisarmonica invisibile suona una musica dolce, distaccata. La macchina da presa, terzo personaggio, indaga a sua volta la fissità del loro sguardo; esplora lentamente con un piano sequenza i due personaggi. Registra la percezione della metamorfosi di uno dei due attraverso lo specchio: i vestiti, poco a poco, si afflosciano e rattrappiscono la figura, riducendosi in un fagotto sulla sedia. _ Trucco ha vinto il Premio Opera Video di Narni nel 1988.

a seguire
Senza fine (1994)
Regia: Riccardo Caporossi; musica: Antonello Salis; interpreti: Giuliano Banco, Sergio Bartolini, Tamara Bartolini, Mario Bernardi, R. Caporossi, Monica Catalano; produzione video: Etabeta - Club Teatro; durata: 14’
Una schiera lunghissima di uomini e donne. Colonne di gente senza meta. La marcia è inarrestabile. Di alcuni restano al suolo soltanto gli abiti. La schiera si dirada, gli abiti si infittiscono. Tra i fagotti saltella un musico con organetto e smorfie di riso, accennando una ballata lieve e tragica destinata a non finire mai.

a seguire
Vagabondi (1994)
Regia: Riccardo Caporossi; interpreti: Claudio Remondi, R. Caporossi; produzione video: Etabeta - Club Teatro; durata: 13’
Lungo il pendio di una collina scendono due figure, uno eretto, l’altro piegato. I due vagabondi, assorti, si tengono per mano. Vanno, non si sa dove. Sono attratti da una sagoma nera che gli rivelerà la loro immagine di bambini, a loro identici negli abiti e nel movimento. Vola il cappello della sagoma nera e cade su una distesa d’acqua fra decine di altri cappelli, formando un arcipelago dell’assenza.

a seguire
Il morso del lupo (1994)
Regia: Riccardo Caporossi; disegni: R. Caporossi; produzione video: Etabeta - Club Teatro; durata: 5’
Durante la notte, un gregge di pecore attraversa piazza Venezia a Roma. Le pecore si disperdono tra le vie e gli slarghi limitrofi. Un lupo in agguato non tarderà a sgozzarle.

a seguire
Rispondi (2008)
Regia: Riccardo Caporossi; testo: Claudio Remondi; interpreti: C. Remondi, Davide Savignano; sax tenore: Sandra Ugolini; produzione video: Club Teatro Rem & Cap proposte - Le Chant du Jour; durata: 6’
Un padre? Un educatore? Un provocatore? Un volto serio e severo rivolge una serie di domande apparentemente paradossali. Un faccia a faccia con un volto di un giovane. Può sembrare un test per rilevare il quoziente di intelligenza ma svela interrogativi allarmanti che fanno deglutire, sciogliendo quel nodo alla gola sopraggiunto, forse, per non saper dare risposte.

a seguire
Riflessioni (1999)
Regia: Riccardo Caporossi; testo: Claudio Remondi, R. Caporossi; disegni: R. Caporossi; durata: 4’
L’immagine propone la rappresentazione pittorica e caricaturale di due “omini” seduti o affacciati alla finestra, in compagnia dei propri gatti, essi stessi partecipi dei loro ragionamenti. Al di là della finestra, l’immagine in movimento, reale, a volte surreale, che alimenta la riflessione o ne determina apparenti contrasti verbali. La forma dialogica sollecita un pensiero ponderato che cerca complicità nell’altro.

ore 20.30
Video 50 (1978)
Regia: Robert Wilson; fotografia: Renato Berta; musica: Allan Lloyd; interpreti: Lucinda Childs, Philippe Chemin, Laura Condominas, R. Wilson; produzione: Robert Boner, Caroline Arrighi per Film and Video Collectif, ZDF; durata: 40’
Video 50 è uno straordinario video-taccuino, una collezione altamente originale, visivamente drammatica e a tratti umoristica, di un centinaio di brevi “episodi” realizzati per la televisione. Questo enigmatico esercizio di stile è caratterizzato da una impassibile teatralità, da un immaginario simbolico, da giustapposizioni surrealiste e ripetizioni di motivi visuali chiave. Immagini indelebili, minuziosamente composte – un uomo che barcolla sopra una cascata, una sedia galleggiante, un occhio ammiccante, un pappagallo contro l’orizzonte di New York – sono accompagnate da un apparato musicale “architettonico” che include “disegni fonetici” parlati piuttosto che parole. Fondendo la sua sorprendente logica visuale e i ritmi con imprevedibili manipolazioni temporali, Wilson crea un lavoro di spirito e poesia sorprendenti.

a seguire
Deafman Glance (1981)
Regia: Robert Wilson; fotografia: Danny Franks; interpreti: Sheryl Sutton, Jerry Jackson, Rafael Carmona; produzione: Byrd Hoffman Foundation; durata: 53’
Questo ossessionante lavoro per la televisione è stato estratto e adattato da una precedente opera di Wilson, Silent opera, della durata di cinque ore, mantenendo lo stesso titolo. Wilson racconta una desolata e stilizzata storia di omicidio, usando il tempo e lo spazio, la luce e il movimento, e il suono isolato in luogo delle parole parlate. L’azione ritualistica, che muove da una cucina spartana attraverso i silenziosi corridoi, le scale e le stanze di una casa sperduta, è insieme onirica e sinistra. Una donna cupa e minacciosa lava piatti bianchi e uno scintillante coltello da scalco, versa il latte in un bicchiere, quindi aggredisce un giovane ragazzo e un altro ancora. Non una parola di dialogo viene pronunciata. Rifacendosi a mondi disparati, quali quelli dell’antica Grecia e della cronaca contemporanea, Deafman Glance conduce a un paradosso: gli eventi sono terrificanti ma non violenti, i personaggi sono insieme reali e simboli di realtà, la velocità riduce l’azione all’astrazione e la moralità e la mortalità divengono ambigue.

a seguire
Stations (1982)
Regia: Robert Wilson; fotografia: Danny Franks; musica: Nicholas Economou; interpreti: Margaret Jane Linney, Robert Hock, Jamie Nodell, Larry Mataresse; produzione: Fondazione Byrd Hoffman, in collaborazione con INA, ZDF, durata: 19’
Stations è un’enigmatica, vivida e ossessionante opera nella quale Wilson raffigura le fantasie e i desideri onirici di un ragazzo di undici anni, universo magico e allo stesso tempo sinistro. In accordo con le minuziose stilizzazioni visuali di Wilson, l’immagine cruciale della pellicola è quella di un ragazzo che osserva attraverso la grande finestra della cucina di casa, la quale dà accesso alle sue drammatiche e spesso sconvolgenti fantasie interiori.
Il fuoco, il metallo, il vento, il vetro e l’acqua, fra gli altri elementi, servono da punti di svolta per una serie di eleganti composizioni pittoriche e metafore evocative. Procedendo senza dialoghi o linguaggio parlato, le visioni indelebili di Wilson mostrano la paura e il mistero della vita interiore del ragazzo, così come la relazione che questi instaura col mondo esteriore.

sabato 24
Figure del femminile tra Cinema e Psicoanalisi

Psicoanalisi e Cinema hanno molto in comune: sono nate nello stesso periodo, hanno avuto nel secolo appena finito un enorme sviluppo e diffusione continuando ad influenzare, con la loro ricerca sull’uomo e le sue dinamiche profonde, il mondo della cultura, della scienza e dell’arte. Anche se il cinema non ha alcun presupposto terapeutico, alcuni aspetti della sua indagine e la sua capacità di stimolare e portare alla coscienza, all’interno di un contenitore artistico, dei nuclei attivi nel profondo della psiche fanno sì che sviluppare un confronto su alcuni temi può essere utile e stimolante. I film hanno d’altronde modalità espressive affini a quelle dei sogni e dell’immaginario, utilizzando quel registro iconico su cui la Psicoanalisi indaga come livello di simbolizzazione sulla strada della rappresentazione e della pensabilità. Partendo da questo interesse, il Centro Sperimentale di Cinematografia organizza, col patrocinio della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) una serie d’incontri mensili, nella giornata di sabato, centrati sul rapporto tra il Cinema e la Psicoanalisi e sugli aspetti che la visione di un film può approfondire.
In queste serate di volta in volta uno psicoanalista proporrà una breve relazione, dopo la proiezione dell’ultimo film selezionato, aperta alla discussione con autori/attori/critici cinematografici e col pubblico.
Nel 2010 i film presentati e gli spunti di riflessione proposti vertono intorno ad un percorso che attraversa il tema della femminilità, sia sul versante cinematografico che su quello psicoanalitico e, più in generale, culturale.

ore 17.00
Donne con le gonne (1991)
Regia: Francesco Nuti; soggetto e sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, F. Nuti; fotografia: Gianlorenzo Battaglia; scenografia: Eugenio Liverani; costumi: Maurizio Millenotti; musica: Giovanni Nuti; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: F. Nuti, Carole Bouquet, Gastone Moschin, Didi Perego, Cinzia Leone, Antonio Petrocelli; origine: Italia; produzione: Piccioli Film, Filmone, Filmauro; durata: 116’
«Come dice il titolo, siamo nel rifiuto d’una femminilità emancipata al punto da preferire i pantaloni, nell’elogio delle brave donne di casa. Ma anche nell’ironicamente affettuosa celebrazione del maschio italiano che ha inteso l’amore come un possesso totale, e della sua metà che invece vuole affermare la propria libertà. Siamo insomma nella storia di una coppia che dagli anni Settanta in poi ha vissuto molte contraddizioni dell’epoca, con un Renzo dentista e una Margherita di volta in volta hippy, amica d’un terrorista, donna in carriera, ribelle al cliché della brava mogliettina [...]. Benché appesantito da qualche lungaggine, il racconto funziona, animato da estrose esasperazioni di crisi coniugali, e lo sfondo della campagna toscana – siamo nella Val d’Orcia – addolcisce il grottesco.
Il film costeggia problemi grossi (l’ipocrisia dei maschi, il femminismo) con un’arguzia che talora sbocca nella farsa. Manca la coerenza stilistica, ma Nuti esprime senza equivoci la dedizione appassionata caratterizzante le generazioni successive al mito della coppia aperta. È fra quanti credono di nuovo all’amore eterno che mette a tacere la guerra dei sessi, e appunto per questo possono essere accusati di avere un ramo di follia...» (Grazzini).

ore 19.10
Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992)
Regia: Carlo Verdone; soggetto e sceneggiatura: C. Verdone, Francesca Marciano; fotografia: Danilo Desideri; scenografia: Francesco Bronzi; costumi: Tatiana Romanoff; musica: Fabio Liberatori; montaggio: Antonio Siciliano; interpreti: Carlo Verdone, Margherita Buy, Giancarlo Dettori, Stefania Casini, Elisabetta Pozzi, Richard Benson; origine: Italia; produzione: Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica, Pentafilm; durata: 115’
«A farla da protagonista è la Nevrosi Ridicola, uno dei momenti topici della nostra età, incarnatosi nell’insicurezza irrimediabile dei trenta-quarantenni: qui Bernardo e Camilla, lui biografo di stelle del rock, lei attrice di teatro e di spot.
Incontratisi casualmente dallo psicanalista cui hanno fatto ricorso per vincere un’ansia congenita aggravata da pene d’amore (l’uomo non sa darsi pace per essere stato abbandonato dalla giornalista con cui conviveva, la donna si è perdutamente innamorata del medico), i due chiedono sostegno agli psicofarmaci più diversi e vicendevolmente si sottopongono a prove che dovrebbero aiutarli a vincere il panico con l’amicizia. La labilità emotiva li spinge però ad alternare la complicità degli infelici e l’odio furibondo di chi non sopporta nemmeno la vista dell’altro. […] Verdone si conferma osservatore intelligentemente autoironico della sua generazione, che orchestra l’analisi dei sentimenti e nel contempo affida al cinema un ruolo terapeutico nei confronti delle proprie depressioni» (Grazzini). Alexis Meneloff interpreta lo psicanalista Altieri.

ore 21.15
Relazione della psicanalista Luisa Cerqua e incontro moderato da Fabio Castriota

a seguire
Bianca (1984)
Regia: Nanni Moretti; soggetto e sceneggiatura: N. Moretti, Sandro Petraglia; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Giorgio Luppi, Marco Luppi; costumi: Lia Morandini; musica: Franco Piersanti; montaggio: Mirco Garrone; interpreti: N. Moretti, Laura Morante, Roberto Vezzosi, Dario Cantarelli, Remo Remotti, Vincenzo Salemme; origine: Italia; produzione: Faso Film, Reteitalia; durata: 95’
«Nuove fisime e bizze di Michele Apicella, lo sconcertante personaggio nel quale il regista Nanni Moretti continua a trasferire le proprie tragicomiche nevrosi. Ormai trentenne, Michele è qui professore di matematica nella Roma di oggi, ma in una scuola che forse anticipa la didattica di domani: intitolata a Marilyn Monroe, con fotografie di attori e campioni sportivi alle pareti, docenti mentecatti e juke-box nelle aule. Michele vive in un quartierino con terrazza. Spia una giovane coppia di dirimpettai, formata dà Massimiliano e Aurora, e ha per amici Ignazio e Maria, che dopo nove anni stanno per dividersi» (Grazzini). «Bianca è costruito intorno al carattere psicologico di Michele, alle sue ossessioni, alle sue fobie. Lavorando sulla sua psicologia, ho ben presto capito che era necessaria farla sfociare in qualcosa di grave. Non poteva essere altro che un omicidio perché il suo moralismo, la sua rigidità, la sua sistematizzazione si trasformano in pura follia. Con questo intendo dire che all’inizio aderisco al mio personaggio, mi ritrovo in lui, lo capisco; ma poco a poco lui si stacca da me, mi supera e corre verso la propria follia» (Moretti). Il padre di Nanni, Luigi, interpreta lo psicologo.
Copia stampata con il contributo del Festival di Locarno - Ingresso gratuito

domenica 25
ore 17.00
Il gaucho (1964)
Regia: Dino Risi; soggetto: Ettore Scola, Ruggero Maccari; sceneggiatura: E. Scola, R. Maccari, Tullio Pinelli, D. Risi; fotografia: Alfio Contini; scenografia e costumi: Ugo Pericoli; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Marcello Malvestito; interpreti: Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Maria Grazia Buccella, Annie Gorassini; origine: Italia/Argentina; produzione: Fair Film, Lococo C.; durata: 113’
Una delegazione del cinema italiano si reca a Buenos Aires per partecipare al Festival di Mar del Plata. Tra traffici, intrighi, loschi affari, gli italiani ripartono con gli stessi problemi di prima. «Risi (ha) trovato la sua strada più congeniale in una comicità dai risvolti amari capace di far scaturire dall’interno dei personaggi [...] gli elementi critici propri della commedia di costume [...]. Il film tocca corde più profonde [...] per merito dell’ottimo Manfredi [...] e, a tratti, di un Nazzari che riesce ad aprire qualche [...] spiraglio sull’egoistica indifferenza [...] del miliardario italo-argentino» (Zambetti).

ore 19.00
I complessi (1965)
Episodio Una giornata decisiva
Regia: Dino Risi; soggetto: Ruggero Maccari, Ettore Scola, D. Risi; sceneggiatura: R. Maccari, E. Scola, Marcello Fondato; fotografia: Ennio Guarnieri; scenografia: Giorgio Giovannini; costumi: Gaia Romanini; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Nino Manfredi, Ilaria Occhini
Episodio Il complesso della schiava nubiana
Regia: Franco Rossi; soggetto: Age[nore Incrocci] e [Furio] Scarpelli; sceneggiatura: Piero De Bernardi, Leo Benevenuti; fotografia: Ennio Guarnieri; scenografia: Giancarlo Bartolini Salimbeni; costumi: Gaia Romanini; musica: A. Trovajoli; montaggio: Giorgio Serralonga; interpreti: Ugo Tognazzi, Claudie Lange
Episodio Guglielmo il dentone
Regia: Luigi Filippo D’Amico; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, Alberto Sordi; fotografia: Mario Montuori; scenografia e costumi: Luciano Spadoni; musica: A. Trovajoli; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Alberto Sordi, Gaia Germani
origine: Italia/Francia; produzione: Documento Film, S.P.C.E.; durata: 105’
«Diviso in tre episodi, di bellezza contrastante: buono il primo, con un Nino Manfredi credibilissimo nella parte del timido della compagnia invaghito della “bellona” di turno; capace il nostro di una comicità discreta, mai debordante e improntata ad un realismo meritevole. Peggio il secondo episodio, in cui Ugo Tognazzi si impegna nell’interpretare uno dei personaggi più comuni del suo repertorio, mischiando ipocrisia e faccia tosta per salvare la sua onorabilità di “personalità istituzionale”: nulla di particolarmente memorabile. Leggendario, invece, e a ragione, l’ultimo episodio, in cui Alberto Sordi impersona magistralmente uno dei personaggi più famosi della nostra commedia: Guglielmo il Dentone, petulante e invadente video-giornalista. Si tratta di una caratterizzazione riuscitissima, spalleggiata da un bravo Franco Fabrizi nella parte del “pretendente al posto” super-raccomandato. Sordi riempie il video col suo faccione e ci delizia con i suoi torrenziali discorsi, strappando risate e consensi» (Davinotti).

ore 21.00
I mostri (1963)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Age[nore] e [Furio] Scarpelli, Elio Petri, D. Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari; fotografia: Alfio Contini; scenografia e costumi: Ugo Pericoli; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Maurizio Lucidi; interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ricky Tognazzi, Franco Castellani, Lando Buzzanca, Maria Mannelli, Marisa Merlini, Michèle Mercier; origine: Italia/Francia; produzione: Fair Film, Incei Film, MontFlour Film, Dicifrance; durata: 118’
Dino Risi costruisce in 22 episodi, di durate diverse, un ritratto crudele e graffiante dell’Italia del miracolo economico, tra vecchie e nuove manie, vizi e malcostumi. Tra i bersagli alcuni dei topoi della commedia all’italiana: il consumismo, la coppia, la spiaggia, l’automobile. Tutti gli episodi sono interpretati, insieme o alternativamente, da Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, impegnati in un tour de force di caratterizzazioni comiche. Vengono presentati i ciak di due episodi inediti con Tognazzi, tagliati al montaggio: Il Cerbero domestico e L’attore.

lunedì 26
chiuso

martedì 27
ore 17.00
Noi donne siamo fatte così (1971)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Age[nore Incrocci] e [Furio] Scarpelli, D. Risi, Ettore Scola, Rodolfo Sonego, Luciano Vincenzoni, Giuseppe Catalano; fotografia: Carlo Di Palma; scenografia e costumi: Silvano Malta; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Monica Vitti, Enrico Maria Salerno, Michele Cimarosa, Ettore Manni, Carlo Giuffré, Jacques Stany; origine: Italia; produzione: International Apollo Film; durata: 112’
«Noi donne siamo fatte così è in pratica un omaggio alla Vitti, e un’altra variazione sull’argomento dei sessi così caro alla commedia. E lo stampo è sempre quello: solo che la galleria è tutta e solo di “mostre”.
Risi si avvale di un ricchissimo parco sceneggiatori, forse desideroso di ottenere il massimo di varietà. Il movimento femminista non è evidentemente ancora molto cosciente né combattivo: l’immagine femminile che ne esce non è edificante. Gli episodi più gustosi, nella loro superficialità, sono quelli contenenti riferimenti riconoscibili all’attualità. Vietnam è la parodia di Oriana Fallaci, corrispondente di guerra a tempo pieno. Chiamate Roma 21-21 lo è della famosa trasmissione radiofonica: una donna s’inventa uno stupro subìto con la speranza di subirlo veramente»
(D’Agostini).

ore 19.00
Mordi e fuggi (1973)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Ruggero Maccari, D. Risi, Bernardino Zapponi; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Luciano Ricceri; costumi: Danda Ortona; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Marcello Mastroianni, Oliver Reed, Carol André, Lionel Stander, Nicoletta Machiavelli, Bruno Cirino; origine: Italia/Francia; produzione: Compagnia Cinematografica Champion, Les Films Corona; durata: 113’
«Da quanti anni Dino Risi non ci dava un film cosi caratteristico del suo blend fra l’ironico e l’amaro? Forse dai tempi di Il sorpasso (1962), un’altra galoppata automobilistica da Roma in Toscana: com’è questo Mordi e fuggi, dove Mastroianni finisce in ostaggio a un trio di rapinatori capeggiati da Oliver Reed. Sul ritmo della fuga, interrotta solo da una sosta in una villa solitaria (un motivo che c’era anche nella struttura del film precedente), c’è il tempo per tutti i confronti e gli scontri del caso: Mastroianni è sommesso, vigliacchetto, pieno di buon senso; Reed vociante, minaccioso e vulnerabile. L’uno, un industriale farmaceutico imbroglioncello ed evasore fiscale, rappresenta l’accomodantismo edonista; l’altro, un professore imbottito di letture rivoluzionarie, incarna l’attivismo irresponsabile. […] Il meglio del film non sta nelle ambizioni tematiche, piuttosto nello stile divertito e accattivante: è descritto benissimo quel tanto di Asso nella manica che si crea nella carovana al seguito dei fuggiaschi; Mastroianni recita in leggerezza come nei momenti migliori; e lo spettacolo, nonostante le parolacce, non è mai volgare» (Kezich).

Proiezione speciale di Vittime di Giovanna Gagliardo
ore 21.00
Incontro moderato da Enrico Magrelli con Giovanna Gagliardo e Vincenzo Ammirata (AIVITER)

a seguire
Vittime (2009)
Regia: Giovanna Gagliardo; soggetto e sceneggiatura: G. Gagliardo; fotografia: Massimiliano Maggi; musica: Gianluca Podio; montaggio: Annalisa Forgione; origine: Italia; produzione: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali - Direzione Generale Cinema, in collaborazione con Rai Cinema, Rai Teche, Offside Film; durata: 95’
Il documentario Vittime, realizzato su iniziativa dell’AIVITER (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo), è stato ideato con l’obiettivo di ricostruire gli anni del terrorismo nel nostro Paese. Trent’anni della nostra storia raccontati in un percorso a ritroso che parte dal 2003 – Il giorno dell’uccisione dell’agente di Polizia ferroviaria Petri – e si conclude il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana a Milano. Con un’idea su tutte: restituire la memoria ai sopravvissuti, ai familiari e alle vittime del terrorismo. Sono state raccolte una ventina di testimonianze che, con l’aiuto e il supporto visivo dei notiziari di allora, ricostruiscono i fatti e la memoria di quelle tragiche giornate. Percorsi personali, quasi privati, che ci restituiscono, insieme alle personalità, i progetti e le idee degli uomini e delle donne a cui è stata spezzata la vita; il dolore e il lutto dei parenti, la loro solitudine, e la coscienza certa che il loro destino è un fatto che riguarda tutti noi... «In 90 minuti era impossibile riuscire a raggiungere tutti i soggetti meritevoli di attenzione. Per questo, ho cercato di privilegiare le città più colpite dal terrorismo: Milano, Genova e Torino.
Cercando di mettere in evidenza i casi meno noti: le forze di polizia, le guardie carcerarie, i carabinieri. Naturalmente ho cercato di trovare la storia o le storie che potessero rappresentare anche quelle che mancano. È stato un lungo viaggio nel tempo per restituire alla memoria collettiva il punto di vista di tutte quelle vittime che hanno dovuto portare sulle spalle il peso delle scelte violente fatte dagli altri» (Gagliardo).
Per gentile concessione di Rai Cinema, AIVITER, MiBAC - Ingresso gratuito

mercoledì 28
ore 17.00
Vedo nudo (1969)
Regia: Dino Risi; soggetto: Ruggero Maccari, D. Risi, Fabio Carpi, Bernardino Zapponi; sceneggiatura: Ruggero Maccari in collaborazione con Jaia Fiastri; fotografia: Sandro D’Eva, Enrico Menczer; scenografia: Luciano Ricceri; costumi: Ezio Altieri; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Nino Manfredi, Sylva Koscina, Nerina Montagnani, Enrico Maria Salerno, Veronique Vendell, Umberto D’Orsi; origine: Italia; produzione: Dean Film, Juppiter Cinematografica; durata: 119’
Film ad episodi a tematica unica: il sesso, declinato però in maniera diversa nelle sette storie che compongono il film. Protagonista assoluto di tutti gli episodi è Nino Manfredi, qui in una carrellata di “mostri”, che dimostrano ancora una volta le sue grandi capacità attoriali. «Sarebbe ingiusto confondere il film di Risi con la corrente confezione pornografica. Innanzi tutto perché, astutamente, mentre non rinuncia a prendersi la sua parte di dividendo sul boom mercantile del sesso, se ne distingue per la piacevolezza con la quale, nell’atto stesso che lo adopera, gli dà la baia. […] Il risultato è un ottimo film di svago che unisce all’attrattiva del racconto comico una notevole classe cinematografica» (Sacchi).

ore 19.10
Sessomatto (1973)
Regia: Dino Risi; soggetto: D. Risi, Ruggero Maccari; sceneggiatura: R. Maccari; fotografia: Alfio Contini; scenografia: Lorenzo Baraldi; costumi: Enrico Job; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Paola Borboni, Alberto Lionello, Duilio Del Prete, Patrizia Mauro; origine: Italia; produzione: Cinetirrena, Dean Film; durata: 116’
«Nove differenti manifestazioni del sesso, scelte tra le più bizzarre e talora paradossali, compongono il mosaico di Sessomatto nel tentativo, per lo più, di smitizzare l’argomento oggi di moda. [...] Talora ci si addentra in una materia che può apparire eccessivamente scabrosa [...] ma l’eleganza e la misura di Risi valgono quasi sempre da correttivo e spuntano ogni possibile volgarità» (Autera).

Indipendente italiano. La volontà oltre la rappresentazione. Il cinema di Ettore Ferettini

«La creazione non accoglie al suo interno l’idea che ci sia
una creazione dilettantistica e un’altra autoriale»
Tonino Valerii

Ettore Ferettini (Genova, 18 novembre 1925 - Roma, 7 giugno 2008) viveva un conflitto. C’era il Ferettini borghese (o in borghese) col suo lavoro in banca.
Uomo solitario, taciturno. Un intimista, esistenzialista, un nostalgico. Una visione pessimistica della vita la sua, uno sguardo rassegnato quello dietro i suoi spessi occhiali. C’era poi il Ferettini Autore con la sua Super 8. Uomo e «cittadino» (in senso gramsciano) che tutto vedeva filmava interpretava giudicava! Il suo sguardo critico si esprimeva attraverso la sua Opera, vissuta come vera e propria missione/vocazione. Guardando i suoi film si percepisce l’esigenza inalienabile e ossessiva di esprimersi, di comunicare il proprio punto di vista, di «parteggiare»! Questi due Ferettini in apparenza erano inconciliabili.
In verità proprio nei suoi film avveniva il “miracolo”: si riconosce in molti di essi la rassegnazione dell’uomo… ma la volontà di esprimere la rassegnazione è di per sé una negazione di questo sentimento! C’è in questo atto la volontà di annientarla, di superarla, di vincerla! Nella sua opera si legge la stessa ricerca vittoriniana di una Cultura che non si limiti più a consolare nelle sofferenze, «ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini».
La cosa più evidente nel cinema di Ferettini è la rinuncia all’utilizzo di attori consapevoli (i suoi erano «attori involontari» secondo la definizione dell’Autore in una nota al film From London) e conseguentemente ad un cinema narrativo (o di finzione). Ciò non toglie che egli non rinunciasse a raccontare una storia (o meglio la Storia), senza però imitare/scimmiottare/mummificare la vita, senza rappresentare la realtà (ovvero il «cinema in natura» come azzarda Pasolini), ma con la vita e la realtà stesse… almeno così come egli stesso le vedeva e interpretava attraverso quello che Ferettini chiamava «il discorso “diretto” delle immagini». Ogni suo film, nel bene e nel male, è “un Ferettini”, cioè un prodotto artistico e comunicativo totalmente ascrivibile alla sua persona, coi suoi limiti d’uomo e d’artista, il suo mondo, le sue paure e speranze, le sue idee… i suoi ideali!
«Autore dal 1957 al 2008 di circa [77] cortometraggi autoprodotti e con finalità espressamente culturali. Riconoscimenti a numerosi festival in Italia e all’estero. _ Biografie, interviste e recensioni su varia editoria specializzata. “Personali” presso università, circoli culturali, sale d’essai, TV private, pubbliche piazze» (note biografiche dell’autore). Il cinema di Ferettini per tutto questo non può considerarsi “minore” (dopotutto non è ragionevole fare dell’indipendenza – artistica, intellettuale, industriale, produttiva – una colpa), piuttosto viene in noi il dubbio che questo disinteresse delle istituzioni verso il cinema non-commerciale sia un’ammissione tacita della sua “pericolosità”…
(Dalla tesi di laurea Ettore Ferettini: l’Uomo con la macchina da presa… di Giulio Della Rocca)
Dal 1967 Ferettini è stato socio “militante” della Fedic - Federazione Italiana dei Cineclub. Angelo Tantaro, presidente dello storico cineclub Roma Fedic, sarà presente all’incontro.
Programma, testo introduttivo e schede a cura di Giulio Della Rocca con la collaborazione di Valentino Catricalà
Proiezioni a ingresso gratuito vietate ai minori di anni 18

ore 21.15
Incontro moderato da Giulio Della Rocca con Valentino Catricalà, Fulvio Lo Cicero, Angelo Tantaro, Tonino Valerii

a seguire
Settima galassia (1965)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 10’
Il film si apre con la didascalia «Realizzazione sperimentale di Hector». Ferettini dietro uno pseudonimo “gioca” con il mezzo espressivo audiovisivo trascendendo il realismo: con una perfetta combinazione di suono e immagini fa “recitare” e “parlare” come fossero alieni, statue sculture, mentre dei dettagli architettonici diventano magicamente Ufo.

a seguire
Morte a Frosinone (1973)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 7’
«Autopsia crittografica di una notizia di cronaca italiana» (didascalia d’apertura del film). Con una operazione che si potrebbe dire “dadaista” il trafiletto di una notizia di cronaca (nello specifico la morte di un bambino in un ospedale di Frosinone per denutrizione) viene scomposto parola per parola e “rimontato” di volta in volta con un diverso significato tra senso e nonsense.

a seguire
Park Hotel (1976)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 27’
«Alta Baviera, fine estate 1975. Un grande albergo è ritrovo privilegiato di anziani rappresentanti dell’alta borghesia della Germania d’oggi, nostalgiche figure di una generazione che aveva sognato di dominare il mondo» (Ferettini).

a seguire
De bello fallico (1975)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 10’
«Il culto morboso delle armi come indice di frustrazioni nascoste, manifestazione di insicurezza o di impotenza. Il bisogno di impugnare un revolver o un mitra come surrogato o prolungamento del sesso si rivela sintomo di una tendenza sopraffattrice, tipica delle ideologie autoritarie che coltivano la violenza e il mito del “superman” in guerra e in amore» (Ferettini).

a seguire
Financial Times (1999)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 6’
«Immagini tratte dal repertorio del cinema muto fanno da supporto ad una “sonora” metafora del cosiddetto “mercato globale” dei giorni nostri» (Ferettini).

a seguire
God Bless America (2000)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 5’
«Video composto da 50 frammenti iconografici per lo più tratti da film di genere catastrofico hollywoodiano, qui “piegati” a più nobile intento. Il motivo “God bless America” è un inno patriottico concepito come preghiera a Dio ed è qui usato a far da contraltare alla tragica violazione di uno dei più fondamentali diritti umani» (Ferettini).

a seguire
Deposizione (2002)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 9’
«Allegoria dell’ideale marxista qui osservato – nella composizione di immagini operata dall’autore – come “icona” alla deriva, spinta via dal fiume degli eventi. _ Nel volo di rapaci levatisi frattanto nel cielo della Storia, l’inquietante presagio di un incerto futuro» (Ferettini).

a seguire
Hopper periferia dell’anima (1997)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 10’
«Elegia cinematografica ispirata all’opera dell’artista statunitense Edward Hopper […]. La macchina da presa tenta qui di seguirne la poetica affiancando i celebri interni hopperiani con immagini dal vero che si “prolungano” all’esterno in dialettico raffronto, ad ampliarne e confermarne l’assunto drammaturgico. Il mutismo e l’isolamento dei personaggi raffigurati da Hopper, la moderna architettura vista come “carcere” urbano, quegli interni osservati dall’esterno (effetto acquario) in cui si consuma la tristezza e la noia degli uomini e donne senza speranza, sono evidentemente il mesto riflesso della vita difficile del “fuori”. Il film ha la pretesa di tentare questo approccio» (Ferettini).

a seguire
From London (2004-2008)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 20’
«Aspetti di vita londinese registrati nell’arco di una intera giornata e scanditi dal passar delle ore, di volta in volta filtrati attraverso tipiche ambientazioni della “Underground”, di una grande stazione ferroviaria o immersione totale lungo gli affollati marciapiedi del centro e limitrofi ingorghi. Osservazione metodica e indugiata sui gesti, comportamenti e stimoli indotti colti all’insaputa di attori involontari: semplice evidenza quindi viva e vivace nelle immagini, registrate oltretutto con sonoro in diretta simultanea. Cinema allo stato puro […] allorquando l’immagine non abbia necessità di ricorrere al sostegno di verbosi commenti esplicativi o di accattivanti sottolineature musicali» (Ferettini).

a seguire
Manifesto - Quasi una bandiera (2007)
Prodotto, scritto e diretto da Ettore Ferettini; durata: 15’
«Pamphlet sulle problematiche venute a determinarsi in relazione alluso e all’abuso dei vari strumenti della “comunicazione”, vecchi e nuovi. I vari fenomeni di dipendenza ora da una televisione annichilente, ora da tecnologie sempre più avanzate quanto più disumanizzanti e, rilievo non ultimo, da una “moda” cinematografica ripiegata su stilemi hollywoodiani, che ricopia se stessa all’infinito senza scosse innovative.
Tutto ad uso e consumo di utenze allevate ed educate nel solco di una cultura generalmente omologata, abitudinaria, spenta. Vale qui dirla con Apollinaire: “Il est grand temps de rallumer les étoiles”» (Ferettini).

giovedì 29
Così lontano, così vicino. 110 anni di cinema in Sardegna

Il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale, in collaborazione con la Cineteca Sarda, propone una selezione di film e documentari sardi in occasione della presentazione del libro di Gianni Olla, Dai Lumière a Sonetàula - 109 anni di film, documentari, fiction e inchieste televisive sulla Sardegna (CUEC, Cagliari, 2008). Dai Lumière a Sonetàula è il primo libro che documenta in maniera accurata tutto il percorso di un immaginario sardo. Dall’introduzione di Orio Caldiron, «il libro che avete in mano, tra saggio critico repertorio, catalogo e indagine, “è vissuto” dalla prima all’ultima pagina, attraversato dalle vicende che ne hanno determinato la realizzazione, iniziata e poi abbandonata, ripresa con i contributi più disparati e anonimi, rifiorita tutte le volte che la buona volontà del singolo prevaleva sull’indisponibilità ufficiale». Scrive Gianni Olla a proposito del cosiddetto cinema sardo: «Se si esclude Napoli, e in parte la Sicilia – che peraltro, fino agli anni Venti, erano anche dei fiorenti centri di produzione cinematografica con una specializzazione regionale indirizzata alla vasta produzione di emigrati nelle due americhe –, il cinema italiano, compreso il neorealismo, è stata in larga parte romano-centrico. L’assorbimento delle creatività periferiche – soprattutto scrittori e sceneggiatori – non escludeva tematiche regionaliste, ma queste lasciavano segni labilissimi, se non in rare occasioni [...].
Tutto sommato non aveva tutti torti Nanni Loy quando affermava che la “la Sardegna non fa una lira”. [...] Neanche Banditi a Orgosolo, dopotutto, andò bene al botteghino e il suo riscatto fu una questione di prestigio culturale, di premi nei festival, di diffusione internazionale mirata: università, circuiti alternativi, cineteche. Il che non cambiò l’accredito di De Seta presso l’industria cinematografica: continuò ad essere un autore non facilmente accettato dai produttori e finì per restare inattivo per oltre 15 anni». E del cosiddetto “nuovo cinema sardo” nato negli anni anni Novanta? «Più che una rivelazione», scrive Olla, «è piuttosto l’inizio di un processo di normalizzazione [...].
La normalizzazione del cinema “girato da sardi” ha vari gradi di appartenenza locale e di rivendicazione culturale autoctona. [...] La certezza che “il nuovo cinema in Sardegna” sia prevalentemente legato a istanze autoriali di tipo universale [...] rovescia però talmente il concetto di appartenenza regionale. Nei film di Mereu ci sono i più evidenti trapianti di richiami autoriali alti: Fellini, Taviani, Truffaut, [...]. Cabiddu e Livi, e per certi versi anche Grimaldi, utilizzano la forma memoriale, grande contenitore del cinema contemporaneo, alto e basso. Columbu e Sanna costruiscono referti quasi conradiani: “il cuore di tenebra” sardo resta inesplorato, irriducibile alla modernità. [...] Pau, infine, si muove nell’insidioso terreno post pasoliniano, cioé un realismo trasfigurato che sottolinea la purezza dei propri eroi: gli ultimi marginali della società contemporanea.
Il linguaggio del cinema, insomma, è ancora una volta universale, personale e capace di restituirci realtà locali potenziate e non impoverite dal cosmopolitismo».
Si ringrazia per la collaborazione la Cineteca Sarda. Programma a cura di Franca Farina

ore 17.15
Banditi a Orgosolo (1960)
Regia: Vittorio De Seta; soggetto e sceneggiatura: V. De Seta, Vera Gherarducci, in collaborazione con Mario Battesi, Pasquale Marotto; fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Elio Balletti; costumi: Marilù Carteny; montaggio: Iolanda Benvenuti, Fernanda Papa, V. De Seta; musica: Valentino Bucchi; interpreti: Michele Cossu, Peppeddu Cuccu, Vittorina Pisano; origine: Italia; produzione: Titanus; durata: 95’
«Verità ed emozione umana è […] proprio il pane di Banditi a Orgosolo. Verità coraggiosa ma spoglia, senza folclorismi ornamentali ma senza esibizionismi realistici, senza retoriche denuncie ma senza ufficiose sordine. Emozione profonda ma schiva, che si esprime solamente attraverso la pudica nudità dei sentimenti e dei fatti. Il film non è, in fondo, che il racconto di una solitudine, la disperata solitudine dell’uomo innocente e indifeso di fronte a una macchina sociale che è fatta per opprimerlo. Michele Jossu è un povero pastore sardo che guida il suo gregge sui monti di Orgosolo. Egli sta per conseguire il sogno che suo padre non era riuscito a realizzare in tutta la sua vita, diventare il proprietario del suo piccolo armento, quando un disgraziato caso comune in quei paesi di isolamento e di miseria (un carabiniere è ucciso nei paraggi della sua capanna da certi rapinatori di bestiame) lo addita come indiziato di omicidio alla giustizia» (Sacchi).

ore 19.00
Inchiesta a Perdasdefogu (1961)
Regia: Giuseppe Ferrara; fotografia: Giuseppe De Mitri; montaggio: Pietro Giomini; aiuto regista: Agostino Bonomi; origine: Italia; produzione: G. Ferrara; durata: 10’
Il problema dell’esproprio delle terre prospicienti il poligono militare in Sardegna. Interviste e dichiarazioni di operai e contadini coinvolti, che sono contrari perché rovina la condizione economica e lavorativa della zona, già molto colpita dall’emigrazione.

a seguire
Il ballo delle vedove (1962)
Regia: Giuseppe Ferrara; con la consulenza del Prof. Ernesto de Martino, della prof.ssa Ida Gallini e del Prof. Raffaelle Marchi; fotografia: Giuseppe Pinori; musica: Franco Tamponi; origine: Italia; produzione: Giorgio Patara; durata: 10’
«Descrizione di un rito di guarigione nella Sardegna centrale. Un malato, punto dall’argia (un ragno velenoso), è in preda a delle febbri, viene condotto da un gruppo di vedove in un altopiano nei pressi di Lula. Qui le donne sollecitate dal guaritore, inscenano una sorta di danza propiziatrice per scacciare la malattia dal corpo dell’uomo. Il filmato è l’unica traccia regionale dell’etnocinema» (Olla).

a seguire
A Orgosolo la terra ha tremato (1971)
Regia: Giuseppe Ferrara; fotografia: Luciano Graffigna; musica: Alvin Curran, Gruppo N.P.S.; origine: Italia; produzione: Corona Cinematografica; durata: 21’
Orgosolo, paese in provincia di Nuoro, di antica origine nuragica, è rimasto per secoli un centro isolato, terra di pastori e banditi. Le spinte modernizzatici fanno però emergere una nuova coscienza sociale. Ne sono testimonianza i primi murales, realizzati nel 1969, dal gruppo milanese “Dioniso”.

a seguire
Giovannino (1963)
Regia: Massimo Mida; testi: Giuseppe Dessì; fotografia: Marcello Gatti; origine: Italia; produzione: Giorgio Patara; durata: 10’
Il problema sociale dell’emigrazione e dell’identità culturale attraverso l’intervista dello scrittore Giuseppe Dessì a Giovannino, un ragazzino figlio di emigrati sardi di Tissi che fa il posteggiatore abusivo a Roma e parla ormai con accento romano. La storia di Giovannino diventa così una sorta di allegoria della perdita della memoria da parte dei sardi che hanno lasciato la loro terra.

a seguire
Sardegna terra di contrasti (1957)
Regia: Silvio Torchiani; testi: Marcello Serra; voce: Guido Notari; fotografia: Arturo Climati; musica: Arturo Gervasio; origine: Italia; produzione: G.L.M.; durata: 11’
«Il filmato mette a confronto i due volti della Sardegna che convivono in un periodo di grandi cambiamenti. Da un lato i principali “ cantieri” nei quali si sta costruendo il futuro: le grandi opere pubbliche come la diga del Flumendosa, i primi impianti industriali, la rete stradale dove circolano numerosi autoveicoli. In contrasto con la modernità incalzante ecco però l’autentico retroterra culturale sardo, certamente più affascinante perché quasi “fuori dal tempo”: l’artigianato tradizionale del tappeto con i suoi telai manuali, i fabbri ferrai che nei paesi vivono in simbiosi con il mondo agricolo, lo straordinario metodo costruttivo delle case campidanesi (da Oristano alla periferia di Cagliari) che utilizza i mattoni di fango e paglia, il lavoro dei pescatori di Cabras» (Olla).

a seguire
Dai paesi contadini (1967)
Regia: Fiorenzo Serra; testo e commento: Manlio Brigaglia; fotografia: F. Serra; montaggio: F. Serra; musica: Franco Potenza; origine: Italia; produzione: F. Serra; durata: 15’
«Il filmato mostra inizialmente un paese della provincia di Sassari, Ploaghe, con la popolazione in piazza che assiste alla corsa ciclistica Cagliari-Sassari: il clima festoso sottolinea che queste occasioni di “modernità” e di contatti con un mondo nuovo permettono costumi più avanzati, anche nel modo di vestire e di stare assieme. Pochi infatti, dice ancora il commentatore, indossano gli abiti della tradizione. Ma questa modernità positiva s’innesta su una crisi sociale ed economica che, progressivamente, sta spopolando i “paesi contadini”: agricoltura e pastorizia hanno sempre meno bisogno di braccia e i giovani sono destinati all’emigrazione» (Olla).

ore 20.30
Incontro moderato da Enrico Magrelli con Gianfranco Cabiddu, Orio Caldiron, Giuseppe Ferrara, Salvatore Figus, Andrea Miccichè, Gianni Olla
Nel corso dell’incontro verrà presentato il libro di Gianni Olla, Dai Lumière a Sonetàula - 109 anni di film, documentari, fiction e inchieste televisive sulla Sardegna, CUEC, Cagliari, 2008.

a seguire
Inchiesta a Carbonia (1961)
Regia: Lino Miccicchè; fotografia: Mario Carbone; musica: Egisto Macchi; origine: Italia; produzione L.C.R.; durata: 15’
«La crisi delle miniere del Sulcis analizzata attraverso il degrado della città di Carbonia che, dopo i fasti del periodo fascista, ha vissuto una progressiva crisi economica e sociale. La città si spopola, i giovani emigrano, restano solo i vecchi che hanno partecipato allo sviluppo dei bacini minerari dovuto alle politiche del fascismo e poi hanno assistito alla chiusura dei pozzi e alla fuga delle imprese, sia quelle private, sia quelle statali. Il commento è ridotto al minimo, ma un buon numero di testimonianze sottolineano la necessità di un intervento sociale ed economico che riesca a valorizzare nuovamente il patrimonio minerario sardo.
L’uso espressionista della fotografia, cupa, buia e fortemente contrastata, accentua la fatiscenza della città ed evoca il buio della miniera che ha contagiato l’intera zona» (Olla).
Restauro per l’occasione a cura della Cineteca Sarda in collaborazione con la Cineteca Nazionale - Ingresso gratuito

a seguire
Il figlio di Bakunin (1997)
Regia: Gianfranco Cabiddu; soggetto e sceneggiatura: G. Cabiddu; fotografia: Massimo Pau; scenografia: Antonia Rubeo; musica: Franco Piersanti; montaggio: Enzo Meniconi; interpreti: Renato Carpentieri, Fausto Siddi, Laura Del Sol, Massimo Bonetti, Claudio Botosso, Paolo Bonacelli; origine: Italia; produzione: Sciarlò; durata 112’
«In una città mineraria sarda Antoni Saba ha fatto fortuna fabbricando scarpe per i minatori. È diventato benestante e invidiato da tutti, ma gode una brutta fama per le idee anarchiche al punto da essere soprannominato Bakunin» (Olla) «Ispirato all’omonimo libro di Sergio Atzeni, sardo come il regista, il secondo film del documentarista Cabiddu, nato sotto la stella di Tornatore, cerca di ricostruire, con toni più picareschi che epici, la figura leggendaria (o almeno, molto popolare in Sardegna) di Tullio Saba, cantante, minatore e capopopolo comunista, eroe e traditore, soprannominato “figlio di Bakunin”. Seguendo il filo conduttore della falsa inchiesta condotta dal figlio (metodo prettamente televisivo atto a confondere documento e finzione, memoria privata e sapere popolare, storia e leggenda), il film è un susseguirsi di testimonianze “dal vivo” (interpretate da attori) e flashback» («Segnocinema»).
Ingresso gratuito

venerdì 30
ore 17.00
Telefoni bianchi (1976)
Regia: Dino Risi; soggetto: Bernardino Zapponi, D. Risi; sceneggiatura: Ruggero Maccari, B. Zapponi, D. Risi; fotografia: Claudio Cirillo; scenografia e costumi: Luciano Ricceri; musica: Armando Trovajoli; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Agostina Belli, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Cochi [Aurelio] Ponzoni, Renato Pozzetto, Maurizio Arena; origine: Italia; produzione: Dean Film; durata: 120’
Primi anni trenta, Marcella, bella e ambiziosa, è cameriera in un albergo di lusso al Lido di Venezia ed è fidanzata con un compaesano, Roberto, un giovanotto di poche pretese. Per assecondare i suoi sogni di gloria accetta l’invito di un produttore ad andare a Roma. Arrivata nella capitale, trova che la società di produzione è fallita e, pur di rimanere, accetta di lavorare in un bordello. Qui conosce il Duce, che la introduce nel mondo del cinema.
Marcella si trasforma in Alba Doris e diviene una diva del cinema in coppia sullo schermo e nella vita di Franco Denza. La sua carriera seguirà le sorti del regime. Accolto freddamente dalla critica italiana, nonostante il David di Donatello speciale vinto da Agostina Belli, il film ebbe invece grande successo in Francia, dove uscì con il titolo La Carrière d’une femme de chambre.
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.10
Sono fotogenico (1980)
Regia: Dino Risi; soggetto e sceneggiatura: Bernardino Zapponi, Marco Risi, D. Risi; fotografia: Tonino Delli Colli; scenografia e costumi: Ezio Altieri; musica: Manuel De Sica; montaggio: Alberto Gallitti; interpreti: Renato Pozzetto, Edwige Fenech, Aldo Maccione, Julien Guiomar, Michel Galabru, Massimo Boldi; produzione: International Dean Film, Les Films Marceau Cocinor; origine: Italia/Francia; durata: 115’
Il trentenne Barozzi, fanatico del mondo del cinema, parte da Laveno per andare a Roma e diventare un attore. Sequenza cult: «quella del provino con Pozzetto che fa sempre la stessa faccia da cernia» (Mereghetti). «Ancora il cinema. Senza pretese se non quella di vedere se “riesco ancora a far ridere”, come il regista confessava in un’intervista. Risi affida al volto relativamente nuovo di Renato Pozzetto – in realtà sulla breccia da oltre un decennio e da Risi stesso già utilizzato in Telefoni bianchi – il compito di impersonare un aspirante attore completamente negato. Negato come la servetta Agostina Belli di Telefoni bianchi ma privo degli argomenti che avevano consentito a quella di emergere» (D’Agostini).
Vietato ai minori di anni 14

Indipendente italiano: Il cinema sospeso di Gianluca Colitta
«Credo che La nebbia, per quel che può valere, chiuda un periodo di totale ricerca sull’immagine e sul tempo, oltreché sul tema dell’assenza e della perdita. Credo chiuda un momento estetico per aprirne un altro. Il film si chiude col nero anche per questo; come un ritorno al caos. Sento di aver finito per questa strada. Le mie cose successive saranno diverse. Ovviamente non so come, ma differenti». Sono parole di Gianluca Colitta, giovane autore cinematografico, classe 1979, che si occupa di cinema e video sin dal 1996. Ma è dal 2004 che ha inizio una nuova cifra stilistica, basata su una narrazione sospesa e su una ricerca poetica sull’assenza e sulla perdita. Parole d’amare viene realizzato con l’amara consapevolezza che l’amore è ormai finito. Nelle pietre è una drammatica storia d’amore e di pazzia. La nebbia è la fine di tutto.
Parole d’amare e Nelle pietre hanno riscosso successo e vinto svariati premi in vari festival e rassegne italiane. La nebbia, ultima fatica del regista, viene presentata in anteprima al Cinema Trevi.
Proiezioni a ingresso gratuito

ore 21.15
Incontro con Gianluca Colitta

a seguire
Parole d’amare (2004)
Regia e soggetto: Gianluca Colitta; sceneggiatura: G. Colitta, Massimiliano Perrotta; fotografia: Luca Corretti; musica: Christian Chironi, Andrea Musio, o-side; montaggio: Marco Grandinetti; interpreti: Tiziana Santercole, Marco Castelli; origine: Italia; produzione: L’Autodidatta; durata: 12’
«Carmela si sveglia di primo mattino: appare stanca, triste, malinconica. È preda di un passato sereno, forse addirittura felice, quello condiviso con Pietro (Marco Castelli), un clown di provincia, una specie di prestidigitatore, di bonario maghetto senza arte né parte. M’interessava mettere a fuoco l’elemento della perdita dell’altro come parte di sé e, quindi, come perdita di se stessi, come annichilimento. M’interessava illuminare la consapevolezza della fine incombente, il momento nel quale la protagonista smette di amare per amarsi, per donarsi, per capirsi. Per capire cioè la necessità di voltar pagina. Questa fase, sentimentalmente, determinerà le sue scelte future. Ora deve decidere se restare legata ad un uomo che l’ama, ma per il quale non avverte più alcun trasporto, oppure abbandonarlo, perché incapace di amarlo come un tempo. Ma è un processo lento e difficile; e il film non ne racconta che l’inizio» (Colitta).

a seguire
Nelle pietre (2008)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Gianluca Colitta; collaborazione alla sceneggiatura: Alessio Trabacchini; fotografia: Luca Corretti; musica: Luigi Porto; montaggio: Giuseppe Truppi; interprete: Tiziana Santercole; origine: Italia; produzione: G. Colitta, Filmaker25fps; durata: 9’
«Nelle pietre è ambientato nelle aeree archeologiche di Sperlonga (LT) e Minturno (LT). Attraverso la metafora dei luoghi e degli spazi (della villa di Tiberio, dell’antica Minturnae) il corto presenta un momento di solitudine e smarrimento e racconta le suggestioni sonore di cui è preda la giovane donna protagonista, nel rievocare i ricordi di un amore ormai finito. Fra quelle pietre d’antica bellezza riaffiorano i sentimenti vissuti tempo addietro. In quelle rovine la ragazza crede di rincontrare il suo amato; da esse si fa travolgere; con esse, nel drammatico finale, si fonderà. La pietra, dunque, come evocazione del passato: storico e esistenziale; lo spazio come luogo dell’anima; la rovina come specchio del Sé. Ecco, è questa la filosofia che tiene l’intero progetto: l’idea che l’antico possa farsi evocazione non della sua Storia ma della storia soggettiva di ciascuno. In questo modo io credo che la compenetrazione fra individuo e cultura, fra uomo e territorio, si realizzi nel modo più totale» (Colitta).

a seguire
La nebbia (2010)
Regia e soggetto: Gianluca Colitta; sceneggiatura: G. Colitta, Riccardo Papa, collaborazione alla sceneggiatura: Alessio Trabacchini; fotografia: Vincenzo Fiorini; scenografia: Valentina Malafronte; musica: Luigi Porto; montaggio: Diana De Paolis; interpreti: Marco Castelli, Tiziana Santercole; origine: Italia; produzione: G. Colitta, Omega Tech, Pi.Sa.Film, Movie Sound Editor; durata: 22’
La nebbia racconta la storia di due ex amanti che si rincontrano per dirsi addio definitivamente. Lui, un attore di provincia, e lei, una prostituta, una notte si ritrovano sotto la pioggia. Si parlano, si analizzano, cercano di fare chiarezza. Poi si separano ancora, fino al momento in cui entrambi, ormai distanti e soli, si sentiranno uniti, accomunati da uno spietato sentimento di consapevolezza. Sarà la consapevolezza della fine, del vuoto. «Mi rendo conto solo ora, a film quasi finito, del senso di sconfitta che viene fuori dal finale, del forte pessimismo che lo connota. Tutta la fiducia che mi aveva accompagnato in fase di scrittura si è perduta durante le riprese ed il montaggio, per cedere il passo ad un velato nichilismo, da cui razionalmente continuo a dire di voler fuggire. Perché vivere è difficile; ed è un impegno, incessante, che ci conferma tutti i giorni a noi stessi» (Colitta).

Cinema Sala Trevi
Vicolo del Puttarello, 25 - Roma. Telefono: +39 0667 812 060 672 294 000

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